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Monday, May 14, 2012

Roméo et Juliette. Alla Sasha Waltz

A grandi lettere si legge Sasha Waltz sulla facciata dell’Opéra Bastille di Parigi. Appena una riga sopra: Romeo et Juliette. Fino al 20 Maggio 2012.



Occasione d’oro per conoscere una delle figure più interessanti della danza contemporanea; cento minuti di delizia visiva per chi invece ha già avuto questo piacere, e apprezzato il lavoro.
La personalità della coreografa tedesca trasuda in ogni momento di questa moderna interpretazione del dramma Shakespeariano, concepita e messa in scena per la prima volta nel 2007 per il Corpo di Ballo dell’Opéra di Parigi e ripresentata oggi al pubblico di Bastille.


Improvvisazione, sperimentazione, mescolanza, contrasto, minimalismo architettonico, ironia, sono alcune lettere dell’alfabeto Waltz, egregiamente riproposte in questo spettacolo, modellato sulle musiche di Hector Berlioz e interpretato dal corpo di ballo, dal coro e dall’orchestra dell’Opéra di Parigi.
Il risultato è un’opera d’arte a tutto tondo nella quale la delicatezza del balletto classico incontra la fluidità della danza contemporanea, dove il barocco dell’opera si fonde con la linea dei costumi e la semplicità della scena esalta l’intensità della progettazione. In un crescendo di emozione.



Dopo i primi minuti d’incertezza, nei quali sembra piuttosto di assistere a un balletto disordinato, già il ballo in maschera con l’ironia della coreografia e dei costumi, ma soprattutto l’intensità del primo passo a due con Giulietta Aurélie Dupont et Romeo Hervé Moreau, lascia presto intendere la felice evoluzione del tutto. Momento di grandissimo interesse è senza dubbio l’assolo di Romeo, epurato da ogni artifizio e accompagnamento musicale. Sulla scena, nient’altro che l’energia della danza, il ritmo dei passi e il forte respiro di Hervé.


Brillante poi la scelta del ponte levatoio. Tanto minimalista nelle forme, quanto sorprendente nelle metamorfosi, questa pedana metallica inserita sulla scena, rappresenta i momenti di maggior climax dello spettacolo. Ora balcone o tetto, ora parete e infine pavimento, il ponte s’inserisce nello spazio e nel tempo, interagendo con i ballerini ed evocando ogni volta la grande intellettualità della creazione artistica.


Infine, i costumi di Bernd Skodzig e le luci di David Finn, nelle tonalità miele, cipria, cenere, e la raffinatezza del loro design, s’integrano perfettamente l’uno sull’altro, evocando le tracce di un candido sogno, svegliato soltanto dal sonno eterno. Per amore.

Friday, June 10, 2011

Il museo della mafia da Salemi a Venezia

L'opera di Inzerillo è tra le poche apprezzate all'interno del discusso Padiglione Italia curato da Vittorio Sgarbi



PALERMO - Commentata, disprezzata, straparlata, l'ultima provocazione culturale di Vittorio Sgarbi, continua a echeggiare sulla stampa nazionale e internazionale. Il suo Padiglione Italia alla 54esima Biennale di Venezia, con il titolo «L’arte non è cosa nostra» e l’intento di destrutturare quel “Sistema Arte” governato da critici, curatori, collezionisti e pochi artisti “eletti”e patinati d’oro e diamanti, ha sollevato pesanti critiche tra i giornalisti di The Guardian, The New York Times e Le Monde: «assurdo insieme di scorie», «noiosamente provocatorio», «minimo storico mai raggiunto in una Biennale», e ancora «indegno e discutibile».

Eppure, tra le oltre 250 opere esposte, non proprio tutto è stato demolito da giudizi negativi. Incastonato come un budello carcinogeno nell’ultima Tesa dell’Arsenale, «Il Museo della Mafia», già realizzato per il comune di Salemi dall’artista palermitano Cesare Inzerillo per volere dello stesso Sgarbi, ha unito le opinioni di critici, giornalisti e visitatori. Il critico d’arte Gillo Dorfles, dall’alto dei suoi 101 anni, ha confidato a Vincenzo Trione del Corriere della Sera.it di essere rimasto colpito «dall’atmosfera tenebrosa e dolorosa» generata dal Museo, e persino uno dei più acerrimi nemici di Sgarbi, Achille Bonito Oliva, che ha criticato aspramente la selezione del Padiglione Italia paragonandola a un «karaoke» privo di responsabilità curatoriale, ha sottolineato che se c’è un solo elemento da salvare, questo è certamente il «Museo della Mafia».

Scenografo teatrale e cinematografico, a fianco dei registi siciliani Daniele Ciprì e Franco Maresco da oltre 10 anni, Cesare Inzerillo ha allestito un percorso espositivo per documentare la storia della mafia, dal 1860 a oggi, attraverso un labirinto sensoriale di immagini, suoni, luci, ombre e odori, capace di evocare suggestioni fortissime. Il percorso inizia con la Sala della Cronostoria, uno stretto corridoio, scuro e buio, nel quale le prime pagine dei quotidiani italiani ripercorrono i più importanti fatti di mafia nei suoi 150 anni di vita. Sullo sfondo, il rumore dei tasti di una “Olivetti 22”, che a tratti ricorda quello di una mitragliatrice, suggerisce giochi semantici tra il potere dell’informazione e gli attentati a scapito degli stessi giornalisti. Superata la Cronostoria, la Sala del Compianto, buia e inquietante, con il gruppo scultoreo realizzato dallo stesso Inzerillo come citazione delle mummie delle catacombe dei cappuccini di Palermo, è avvolta da un silenzio tanto assoluto da rimbombare in maniera quasi assordante.



Al piano superiore poi, numerate in maniera disordinata, si aprono 10 piccole cabine “elettorali”, chiave di volta del sistema mafioso «perché è al loro interno che ogni cittadino partecipa alle sorti politiche del Paese». Ogni cabina, attraverso un supporto audio e video, affronta uno dei principali temi legati alla mafia: ci sono le due cabine del Colloquio, separate da una parete di vetro, per suggerire l’idea degli incontri nelle carceri; e poi Il Pizzo, La Violenza, La Sanità, L’Acqua, Il Potere, L’Informazione, La Religione e La Famiglia, ognuna con le proprie didascalie informative, con un repertorio fatto d’immagini, di testimonianze, di ricordi. Ritornando al piano inferiore, si giunge infine alla Sala dell’Abuso Edilizio, con i video che raffigurano Palermo prima e dopo il “Il Sacco” in dialogo, e la scultura che dà nome alla sala stessa, e che, per via della sua forza comunicativa, ha lasciato a bocca aperta persino l’imperturbabile Oliviero Toscani.

Un’opera d’arte/museo, insomma, concepita come struttura itinerante, compiuta ed emozionante che, da sola, vale certamente la pena di una visita al discusso Padiglione curato da Sgarbi. Tra le altre opere esposte all’interno del “Museo della Mafia” alla Biennale di Venezia 2011 ci sono le opere del pentito Gaspare Mutolo, del pittore fiammingo Patrick Ysebaert, di Mimmo Centonze, Antonio Manfredi, Flavia Mantovan, Marilena Manzella, Francesco Pirella, Omar Ronda, Paolo Vegas e Giuseppe Veneziano che hanno raccontato la Mafia a modo loro.

Pubblicato su corriere.it

Le copertine dei libri?

Con il letame degli elefanti dello Sri Lanka



PALERMO - Una piacevole eco-sorpresa tutta siciliana è stata presentata al Salone Internazionale del Libro di Torino: la giovane casa editrice palermitana «:duepunti edizioni» ha sfornato una collana, la «Zoo Scritture animali», nella quale le copertine dei volumi sono ricavate, pensate un po', dal letame degli elefanti dello Sri Lanka.

La «:duepunti edizioni» , che pubblica narrativa, saggistica, romanzi, classici poco noti di autori europei rilevanti, è stata fondata a Palermo nel 2004 da Andrea L. Carbone, Giuseppe Schifani e Roberto Speziale: distribuita in tutt’Italia, è stata la prima casa editrice italiana, e per adesso anche l’unica, ad aver colto il progetto di eco-sostenibilità e salvaguardia ambientale promosso dalla Millennium Elephant Foundation, utilizzando la speciale carta «Elephant Dung Paper», assolutamente sterile e inodore, prodotta a partire da escrementi di elefante (Premio BBC Worldchallenge 2006).

«Cercavamo un supporto che fosse in linea con la collana "Zoo Scritture animali” diretta da Giorgio Vasta e Dario Voltolini, un progetto editoriale che ruota attorno al rapporto uomo-animale attraverso lo sguardo di autori contemporanei come Matteo Bianchi, Carlo D’Amicis, Davide Enia, Giuseppe Genna, Mario Giorgi, Nicola Lagioia e Giulio Mozzi, e abbiamo trovato una carta lei stessa "un po’ animale"», raccontano i protagonisti di questa piccola perla dell’editoria indipendente siciliana, tra i cui autori spicca il premio Nobel per la Letteratura 2008, Le Clézio. «Il resto delle pagine», spiegano, «è fatto di carte ecologiche certificate Fsc (Forest Stweardship Council), stampate con inchiostri a base di oli vegetali e materie prime naturali e rinnovabili». Grande apertura mentale quella di :duepunti edizioni, sottolineata anche dallo stesso nome: «dopo i due punti c’è sempre qualcosa» sorride Andrea Carbone.

Un altro volume con la copertina ricavata dal letame di elefante
Un altro volume con la copertina ricavata dal letame di elefante
Ma oltre alle larghe vedute, alla creatività e all'impegno per l'ecosostenibilità, ciò che sorprende guardando a questa piccola e instancabile squadra palermitana, è che i suoi papà, pur essendo solo in tre, svolgono i compiti di un gruppo che potrebbe essere tre o quattro volte più grande, curando da sé le strategie editoriali e la ricerca degli autori, l’ufficio stampa, i rapporti con i fornitori, le relazioni con il pubblico, ma anche l’allestimento degli eventi, il sito internet (www.duepuntiedizioni.it), l’intera grafica editoriale, e persino gran parte delle stesse traduzioni.

L'econovità della casa editrice, come dicevamo, è stata presentata alla 24esima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino (12-16 maggio 2011) : 1.500 espositori, disseminati tra i tre padiglioni del Lingotto Fiere e il nuovissimo Oval, dedicato alle regioni italiane e alla mostra «1861-2011. L’Italia dei Libri», allo spazio «Libro e Cioccolato» e a quello del Bookstock Village, con grandi letture e laboratori di scrittura per i più piccoli. Il tutto condito da oltre 200 incontri con altrettanti prestigiosi ospiti.

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Thursday, March 3, 2011

La Mostra: «I do not love Shopping»

Donne sull'orlo di una disperata ricerca di sé



NAPOLI - Sognatrici e disincantate, leggere e raffinate, martiri, sensuali, innocenti, ma soprattutto alla disperata ricerca della propria personalità, sono le donne di Giulia D’Anna, in mostra fino al 31 marzo alla Feltrinelli di Napoli.

CITANDO «SEX AND THE CITY» - Venti storie al femminile che l’illustratrice napoletana di adozione parigina anima con l’inchiostro di china della sua penna, con il vigore cromatico, l’equilibrio e la delicatezza dei suoi collage. Dietro il titolo, «I do not love Shopping», prende così vita una sottile e profondissima riflessione sul significato dello shopping per la donna moderna, accecata dalla promettente aspettativa di riconoscersi dentro alcuni cliché, disposta a tutto pur di farne parte, ma che finisce poi per ritrovarsi profondamente nuda, irrimediabilmente priva di identità. Esplicito è, in questo senso, un riferimento critico a romanzi best seller come «I Love Shopping» di Sophie Kinsella, a serie televisive come «Sex And The City», o successi cinematografici come «Il Diavolo Veste Prada» che, sublimando alcuni semplici gesti quotidiani, come quello di fare la spesa, propongono buste di personalità preconfezionate da indossare al momento opportuno, per donne fotocopia, tutte uguali, impeccabili, esteticamente perfette.

DONNE VERE - Le donne di Giulia sono invece reali. Alcune di loro hanno i fianchi larghi, altre indossano gli occhiali, altre ancora hanno capelli spettinati o visi irregolari. Sono donne normali, diverse le une dalle altre, eppure accomunate dalla ricerca di un cliché al quale appartenere. C’è la donna che ha appena acquistato il suo seno e quella che porta nella busta della spesa un nuovo cervello; la donna che trascina una busta pesantissima colma di aspettative, quella che vola leggera sognando come potrebbe diventare e quella disorientata che vaga nel buio con la busta dello shopping sugli occhi. Se Gustave Flaubert dichiarava “Madame Bovary, c’est moi!”, Giulia D’Anna potrebbe dire lo stesso delle sue creature illustrate: «C’è una parte di me in ognuna di queste donne, altrimenti non sarei riuscita a pensare a loro. Anch’io subisco il fascino dello shopping, però il più delle volte mi fermo all’immaginazione dell’acquisto e trovo appagamento in questo modo. Vado in giro per negozi, provo una borsa, un cappello, vedo una cucina che mi piace; mi informo, la guardo e poi vado via».



I DO NOT LOVE SHOPPING - La mostra segna così un momento professionalmente importante per l’artista napoletana, non soltanto in virtù dell’inaugurazione nella sua Napoli, ma soprattutto perché, con questa esposizione, si concretizza una lunga ricerca artistica che fa del semplice disegno a china, il punto di forza dell’opera: «Per me il disegno è tutto perché è lì che in pochi istanti si materializza l’idea – racconta Giulia – Una stessa idea che poi mi piace declinare in varie forme, sotto vari aspetti – e continua – Professionalmente devo moltissimo a Riccardo Mannelli, che mi ha aiutato nella ricerca dell’illustrazione come forma critica, come atteggiamento disturbante. Inoltre credo di esser stata influenzata particolarmente dal lavoro del fotografo ungherese André Kertész, che ritraeva corpi di donne, deformandoli con l’aiuto di alcuni specchi, e da quello dell’amico regista georgiano Otar Joseliani, apprezzato per la sottilissima ironia dei suoi film».

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Aldo Filiberto, «obiettivo» siculo a Hollywood

Fotografo e regista, studia alla New York Film Academy



PALERMO - Vivere, a Los Angeles, sulla Hollywood Walk of Fame, la passeggiata delle celebrità. Raggiungere gli Universal Studios, per seguire lezioni di John Carpenter (regista di La cosa, Halloween, 1997: Fuga da New York), di Ron Howard (Apollo 13, A Beautiful Mind, Il Codice da Vinci) o di Buck Henry (sceneggiatore de Il Laureato). Passeggiare, all’interno dei sound stage hollywoodiani - hangar dentro i quali vengono costruiti i set - attraverso strade e quartieri di New York o Parigi fedelmente riprodotti. Fermarsi sul portico di un tipico saloon, in un set western, e respirare a pieni polmoni alcuni dei più importanti capitoli della storia del cinema. Sembrerebbe una di quelle vite da magazine e tv, una di quelle storie capaci di ricordarci la magnitudine di terra e mare che ci separa dalla California. Eppure questa è la quotidianità di Aldo Filiberto, giovanissimo fotografo e regista palermitano in giro per il mondo da quasi 10 anni. Dopo aver studiato fotografia nel Regno Unito e aver ritratto volti e paesaggi di tutt’Europa, nel 2001, grazie a una borsa di studio, è approdato negli States per un master in Film-making alla New York Film Academy di Los Angeles. E, mentre il suo ultimo cortometraggio, Redention, partecipa a festival di cinema indipendente di Usa ed Europa, The interviewer, il suo primissimo lungometraggio, è adesso in fase di pre-produzione.



Prima la fotografia, adesso il cinema. Scelta o pura casualità?
«La passione per la fotografia è nata dall’incontro inaspettato con un libro del fotogiornalista francese Henri Cartier-Bresson. Dopo aver letto il suo concetto “zen” della fotografia, come caccia al momento perfetto, ed essermi innamorato della poesia dei suoi scatti, ho preso la vecchia Olympus di mio padre e scattato le mie prime foto. Da allora non ho più smesso. Il passaggio al cinema, invece, credo rappresenti la perfetta sublimazione del mio amore per la fotografia. Cinema e fotografia parlano un linguaggio comune. Entrambe hanno il potere di trasformare la soggettività di una sola persona in un’emozione talmente forte e concreta da diventare oggettivamente condivisa. La fotografia lo fa attraverso l’uso delle immagini. Il cinema utilizza anche suono, musica e movimento, amplificandone il risultato in maniera eccezionale».



Cosa manca in Italia per vivere un’esperienza come quella che stai vivendo in California?«Credo che al cinema italiano manchi quell’elemento che rende il cinema americano vivo e sempre in evoluzione, che è la produzione indipendente. In Italia, la maggior parte dei film si basa su finanziamenti statali. Si tratta di produzioni a parecchi zeri con accordi di distribuzione già in piedi ancor prima che il film stesso sia stato girato. In questo modo, il numero di produzioni rimane inevitabilmente basso. Negli Stati Uniti, invece, il panorama del cinema auto-finanziato è molto interessante e sono tantissime le produzioni che nascono, vivono e fioriscono al di fuori del sistema degli Studios. Ci sono produttori che lavorano soltanto con film indipendenti, interi mercati di distribuzione per film indipendenti e sale cinematografiche che proiettano solo produzioni indipendenti. Tutto ciò permette a giovani film-maker senza grossi capitali di affacciarsi a un mercato cinematografico ugualmente vivo. Ed è proprio da questo bacino artistico che il cinema delle grosse case di produzione americane trae spesso idee o talenti. In Italia tutto questo non esiste.



Date queste premesse, è difficile immaginare un tuo rientro a Palermo… «Amo Palermo con tutti i suoi pregi e difetti e ne porto sempre un po’ con me, ma per il momento ho ancora bisogno di scoprire il mondo. C’è però un progetto che sto provando a realizzare insieme a un amico produttore e alcuni soci. Si tratta di un film ambientato Palermo: una produzione americana con cast e crew rigorosamente siciliani. Vediamo cosa succede...».

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Une Passante, note pop-folk baudelairiane

Il progetto musicale della palermitana Giulia Sarno



PALERMO - A tredici anni rimane sedotta dall’opera di Charles Baudelaire, dieci anni più tardi, compone il suo primo brano musicale, traducendo in inglese la poesia del maestro A Une Passante. Si chiama Giulia Sarno, è nata a Palermo ventisette anni fa, ed è una delle giovani cantautrici italiane – alt folk, art rock, pop – più promettenti del momento. Voce calda, intensa, cresciuta con i Radiohead e Bjork, sguardo di ambra incorniciato dal segno deciso delle sopracciglia.

TRA POP E FOLK - Una figura minuta, quasi adolescenziale, che si fonde con la sensualità della voce. Sebbene faccia base a Firenze, la sua vita è in perpetuo movimento: gira in tournee con unePassante, la band che ha formato nel 2008, e tra un concerto e l’altro compone brani inediti, sempre più spesso trasmessi dalle stazioni radio nazionali. Tra pop e folk in lingua inglese, con una «dedizione per la scrittura che forza i limiti angusti di un genere traghettandolo fuori dai confini dello standard», scrive la rivista specializzata Rockerilla. Ma la musica di unePassante è ben recensita su molti magazine e webzine che si occupano di produzioni indipendenti: è con l'etichetta indie fiorentina Anna The Granny Records, infatti, che la band ha pubblicato quest'anno il suo primo album, «More than one in number», nel quale c'è anche il singolo Bats Rats And Cats.

LA POESIA - Eppure, se tornassimo appena indietro di qualche anno, troveremmo Giulia Sarno, la Passante, impegnata nella stesura di una tesi sulle epifanie nella letteratura contemporanea, decisa a far parte del prestigioso programma internazionale della Ècole Normale di Parigi, proiettata in una brillante carriera universitaria di critica letteraria. Poi, nel 2007, la rottura: «A Parigi, ho avuto una visione del futuro che mi ha messo paura. Mi sono vista seduta dietro una scrivania, ho sentito un senso di claustrofobia fortissimo e ho capito che avrei voluto vivere in prima persona la mia epifania, sulla strada», racconta Giulia, «Da lì è cambiato tutto: le prime composizioni, poi l’incontro con Gianmaria Ciabattari, che sarebbe diventato il produttore di unePassante». Ma la letteratura, la poesia, lo studio, non hanno mai smesso di influenzare la sua produzione: «Sono molto legata a Proust, Sartre, Camus, Tolstoj, Dostoevskij. E poi Baudelaire ovviamente. La sua poesia, A Une Passante, riassume in poche righe tutta l’etica della nostra società: rappresenta quel modo disperso, non narrativo, ma puntuale e scioccante, di fare esperienza del mondo, proprio dell’uomo contemporaneo: è un testo che ha interessato per molto tempo la mia riflessione sulla letteratura e sulla vita in generale, per questo ho voluto rendergli omaggio».

IL TOUR SICILIANO- E anche se Giulia parla di poesia e letteratura con una naturalezza quasi imbarazzante, per esprimersi in musica ha scelto un genere che parla a tutti, popolare per definizione. «Credo che la musica popolare oggi abbia un potere che nessun’altra forma di arte contemporanea possiede: è la sola in grado di veicolare riflessioni importanti, rimanendo comunicativa a livello di massa; la sola capace di farsi ascoltare da tutti». E per farsi ascoltare gli unePassante saranno in Sicilia dal 4 al 9 gennaio per cinque date del Rocketta light tour, la rassegna itinerante di musica dal vivo nata a Siracusa: si parte da Palermo e si chiude il 9 a Catania.

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Da piccola ricalcava i fumetti Disney

oggi disegna nel team di Tim Burton

PALERMO - C’è chi da piccino sognava di fare l’astronauta e oggi ha paura dell’aereo, chi desiderava indossare tutù e scarpette e oggi veste la toga. Lei invece, che stregata dalle silhouette dei personaggi Disney sognava semplicemente di poter conoscere un giorno i creatori di eroi come la Sirenetta e Roger Rabbit, oggi, talentuosa cartoonist e animatrice 2D (ma anche musicista folk), siede addirittura nello stesso team di lavoro di quei mitici artefici. Valentina Ventimiglia, giovane artista palermitana, ha capito prestissimo che nella vita avrebbe disegnato cartoni animati: «All'inizio cercavo di coinvolgere anche i miei genitori nell’impresa. Ma né gli scarabocchi di dame di mia madre e neppure il cowboy e l'indiano di mio padre, riuscivano a soddisfarmi. A 4 anni ho deciso che avrei continuato da sola. Ricopiavo le copertine dei quaderni, e tutti i libri della Disney avevano dei solchi nelle pagine che raffiguravano la Sirenetta, perché ricalcarla dalla tv, mettendo in "pausa" il VHS, non ha mai funzionato bene».

LA CARRIERA - Oggi, dopo un diploma in Animazione tradizionale a Torino, un’Internship nella sede londinese di Cartoon Network, e varie collaborazioni con studi di animazione internazionali, il suo nome compare, in qualità di Storyboard assistant, nella «crew list» di produzione di «Frankenweenie», nuovissimo lungometraggio in stop-motion della Disney diretto da Tim Burton, in uscita nelle sale cinematografiche nel 2012. Eppure, Valentina sognerebbe di tornare in Sicilia: «Ho sperato più di una volta di poter lavorare nella mia città, ma in Italia purtroppo manca la fiducia nei giovani talenti, e anche la giusta considerazione per una forma di arte che prevede tempi lunghissimi di realizzazione. Molti di noi sanno, a grandi linee, che un'animazione è composta da una sequenza di disegni, ma ben pochi immaginano che, per ogni singolo minuto animato, si possano impiegare fino a 3 mesi di lavoro. In Italia la mia professione è ancora fortemente sottopagata; mantenersi da soli diventa impossibile».

IL NUOVO PROGETTO DI BURTON - Dopo Alice in the Wonderland (2010), l’ultimo progetto siglato Burton-Disney, è il remake di uno dei primi cortometraggi dello stesso regista americano, Frankenweenie (1984), concepito come parodia dei due film di James Whale, Frankenstein (1931) e La moglie di Frankenstein (1935), basati sul soggetto di Mary Shelley. «Franken-weenie», «Frankenstein-sfigato», racconta le vicende del piccolo Victor Frankenstein che, sfruttando l'effetto degli impulsi elettrici sui muscoli, imparato a scuola, tenta di riportare in vita il suo cane – Sparky – investito da un’automobile. «Sebbene da più di un anno un’instancabile squadra di storyboard artist, modellisti, pittori, scenografi, tecnici e produttori stia lavorando al lungometraggio, siamo ancora soltanto a metà dell’opera», racconta Valentina, «In questo momento stiamo sviluppando lo “storyboard”, fase fondamentale di ogni produzione cinematografica, che potremmo descrivere come un enorme fumetto in cui viene visualizzata l'intera storia, scena dopo scena. Il mio ruolo, in quanto assistente, è quello di dare una mano con le correzioni, ridisegnare personaggi, sostituirli, cambiare inquadratura o scenografia; ma ogni tanto arriva l'opportunità di disegnare delle piccole sequenze per intero, e non ci sono parole per descrivere l'emozione, immaginando poi il risultato sul grande schermo». E, mentre nella sede centrale dello studio di produzione, in quello che viene chiamato lo “storyboard department”, la sceneggiatura viene tradotta in materiale visivo, vengono definite le inquadrature cinematografiche e il modo in cui interagiranno tra di loro i personaggi, all’interno del «Puppet Hospital» (n.d.r. Casa dei Pupazzi), un gruppo instancabile di modellisti e scenografi è al lavoro per costruire le ambientazioni e i personaggi che, poco dopo, sul "set", prenderanno finalmente vita propria, per incantare e affascinare milioni di bambini in tutto il mondo.

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Il ritorno dei «balcanici» Matrimia!

con l'orecchio a est e il cuore a Sud



PALERMO - Prendete suoni e alcune immagini di capolavori come il Tempo dei Gitani, Gatto Nero Gatto Bianco e Underground del regista bosniaco Emir Kusturica, aggiungete un cucchiaio colmo di musica Klezmer, una manciata di musica popolare greca, turca, araba, un bicchiere di chanson francese, alcune gocce di flamenco, qualche pizzico di rock, dub, reggae e una spolverata jazz all’Archie Sheep, ed ecco che, almeno in parte, avrete colto l’essenza del secondo disco dei «Matrimia!», “Zivili”, parola che in slavo significa propriamente «alla Salute!».

ORECCHIO A EST - Il lavoro, promosso sul web con un video realizzato da national Geographic al mercato di Ballarò, sarà presentato il 16 dicembre prossimo a «I Candelai» di Palermo. E sì, perché sebbene Daniele Tesauro, Dario Compagna, Gero Pitanza, Davy Deglave, Roberto Ferreri e Giacomo di Domenico, in arte i Matrimia!, siano formalmente un gruppo “siciliano” (tutti meno il cantante francese Davy Deglave), nato sei anni fa a Palermo, la formazione musicale e il gusto estetico di ognuno di loro ha invece trovato massima espressione in quella che è la musica popolare dell’Europa orientale e del Mediterraneo in generale. «Sin dall’inizio, è stata una scelta puramente estetica a spingerci verso simili tradizioni musicali», confida Tesauro, uno dei fondatori del gruppo, «in un certo senso si tratta di affinità elettive alle quali non puoi opporti. Senti che quel ritmo ti risuona dentro, ma non sai perché. Così cominci ad approfondire un genere musicale piuttosto che un altro, finché non diventa parte di te».

LA NEW ENTRY - Eppure, non c’è da stupirsi se il nome di un gruppo così vario e apparentemente lontano dalla musica popolare siciliana, sia invece un’espressione tipicamente nostrana come «Matrimia!» (mamma mia!). Se la loro musica, infatti, non è esplicitamente siciliana, le innumerevoli tracce di cultura magrebina, turca, ebrea, francese, greca, spagnola, latina che segnano la pelle della nostra gente, i gesti, gli sguardi, i colori dei nostri mercati, gli odori, i suoni delle strade, rappresentano però un chiaro collegamento. Ma non solo. Basta che i «Matrimia!» suonino in un concerto dal vivo perché la loro energica sicilianità appaia come per magia: nell’interpretazione dei brani, nelle improvvisazioni, nell’intesa con il pubblico. Ma “Zivili” non è soltanto una nuova raccolta musicale. Questo disco segna un passaggio importante nella storia del gruppo: «Due componenti sono andati via, lasciando un grande vuoto affettivo e strumentale», continua Daniele, «e, nella ricerca di un bassista che sostituisse Marko Bonarius, abbiamo trovato un eccellente sostituto nel basso elettrico del nostro fonico, Roberto Ferreri, al quale abbiamo accompagnato anche una chitarra elettrica». Differente è anche il linguaggio, non più unicamente diretto ai giovani, ma aperto anche a interlocutori più maturi. E poi ci sono racconti di viaggio, festival di musica, collaborazioni artistiche, esperienze personali; storie che ognuno di loro ha composto singolarmente e poi arrangiato insieme, «in grande democrazia».

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Mikele Ferra, il regista palermitano

che realizza progetti in Medio Oriente



PALERMO - «Basta con chi dice che si parte dall’Italia perché lì non funziona niente. Che bisogna andarsene per avere successo. Sono luoghi comuni. La gente si muove perché è nella natura dell’uomo, è un’esigenza antropologica. L’italiano, poi, è un avventuriero; è dappertutto. È una tradizione che va ormai avanti da secoli». Esordisce così Michele Ferraro, in arte Mikele Ferra, regista palermitano. Siciliano. Italiano.

Lui da Palermo è partito 15 anni fa, ma non perché non ci si trovasse bene: «È difficile trovare altri luoghi con una simile qualità di vita. Il clima, il cibo, i mandarini in giardino. Sono andato via perché volevo ritrarre il mondo, prima con la macchina fotografica, poi con la cinepresa. Ma per raccontare qualsiasi cosa devi prima conoscerla; così è cominciato il mio viaggio».

Oggi, a 36 anni, Michele vive tra Berlino, San Francisco e Bangkok, dirigendo Miranfilm, Epoca e The Sleeper Ones, tre società di comunicazione, produzione cinematografica e teatrale, che stanno riscuotendo grande successo internazionale. «Ma non è che vai via e, puff, lavoro e successo ti cascano dal cielo. Per 10 anni, ho dovuto lavorare come buttafuori nelle discoteche di tutto il mondo – Firenze, Bucarest, Buenos Aires, New York, Madrid, Berlino - per guadagnare qualche soldo. E nel frattempo lavoravo in vari progetti, documentari, film. Di notte ho conosciuto la faccia peggiore della società. Ma ho imparato a parlare con la gente, a capirla. Questa è stata la mia vera formazione, altro che scuole di regia». Parlando con Michele, ti rendi presto conto che non sarà facile sintetizzare in poche righe il fiume idee che popolano la sua mente e il suo lavoro.

Più di 20 progetti sono già stati realizzati, e altrettanti sono attualmente in processo di sviluppo. Comune denominatore: l’interesse per il sociale; agire per contribuire al miglioramento della società. «Theatre in the Desert», ad esempio, nasce dall’idea di creare il primo archivio teatrale in Medio Oriente, aprendo due nuovi teatri dove raccogliere storie nelle quali poi la gente potrà riconoscersi. «Il teatro costituisce la base culturale di una società. Così è nata la tragedia greca: ciò che non si poteva dire in piazza, lo si poteva raccontare in teatro. In Europa Goldoni, Shakespeare, Manzoni, Moliere hanno creato in nostro archivio teatrale. Tutto questo in Medio Oriente non è mai esistito. Oggi, nei teatri di Damasco, di Beirut, si mette in scena Shakespeare, Ma non c’entra nulla con la loro cultura». Sebbene Michele abbia cominciato come artista, oggi sostiene di aver esaurito ogni interesse per il puro lato estetico delle cose. «Non faccio più nulla che non abbia un contenuto in senso sociale. Voglio utilizzare la mia energia per costruire villaggi in Africa. Dare cultura a quei popoli. Ormai in Occidente si è fatto tutto, troppo. Noi abbiamo bisogno di tornare a fare i contadini. Ma sì. Chiudiamo tutte le scuole e i teatri d’Europa e andiamo ad aprirli in Africa. Questo è il futuro».

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Petrella torna con Tubolibre/Slaves

«Brani delle cover blues degli anni '30»



Gianluca Petrella, parliamo anzitutto dell’uscita del suo prossimo disco…
«È un progetto al quale tengo molto, si chiama Tubolibre/Slaves ed è prodotto dalla Spacebone, la casa discografica che ho voluto creare nel 2009; ne prevediamo l’uscita per fine Novembre. Tubolibre, in particolare, è il quartetto che ho formato nel 2008 insieme a tre musicisti straordinari: Gabrio Baldacci alla chitarra elettrica, Cristiano Calcagnile alla batteria e Mauro Ottolini al susafono (variante più leggera e trasportabile del basso tuba, spesso utilizzato per le bande). Io suonerò invece il Fender Rhodes, oltre al trombone ovviamente».
Che genere di musica ascolteremo in Tubolibre/Slaves?
«Cover di Blues degli anni '30, improvvisazioni, e alcuni brani inediti. Nonostante Tubolibre evochi probabilmente allegria e leggerezza, in realtà si tratta di un disco molto profondo e malinconico; una dura riflessione su ciò che di assurdo sta succedendo nella nostra società. Il titolo stesso, Slaves (schiavi), vuole raccontare tutti i tipi di schiavismo che attanagliano la nostra quotidianità: la schiavitù tecnologica, la schiavitù del denaro, quella del potere».
Un nuovo Petrella.
«Più che nuovo, direi che mi sentirete in una nuova veste. Non incido tantissimi dischi, ne faccio uno per anno e ogni nuovo disco rappresenta in un certo senso una nuova parte di me. Mi piace mettermi in discussione, giocare con sempre nuovi linguaggi. Ogni esperienza, ogni viaggio, ogni incontro, ogni pensiero influenzano ciò che creo, volta dopo volta. Sarebbe impossibile creare sempre la stessa musica».
Sebbene abbia solo 35 anni, suona il trombone da più 25 anni ormai. Più che uno strumento ormai una specie di terzo braccio. Come mai proprio il trombone?
«In effetti, non si tratta di semplice casualità. Il trombone me lo sono trovato in casa; mio padre è trombonista anche lui. Sarebbe difficile per un bambino di 10 anni scegliere uno strumento del genere. Io ho cominciato a suonare il trombone nell’85 accompagnando matrimoni e cerimonie funebri con la banda del paese. E di certo il fatto di suonare marce funebri ha influenzato moltissimo la mia formazione musicale. Poi mi sono lasciato travolgere invece dall’Happy jazz, suonando in piccole orchestre da ballo. A 20 anni, poi, ho lasciato Bari per Francoforte sul Meno e a 21 sono tornato in Italia dove ho cominciato a collaborare con Enrico Rava».
Basta guardarvi insieme in un concerto per poter cogliere il vostro grande affiatamento
«Suoniamo insieme da 15 anni, ormai ci conosciamo davvero benissimo. Tromba e trombone diventano uno strumento solo quando suoniamo insieme. Lui è stato un grandissimo maestro per me. Mi ha aperto molte porte, sia da un punto di vista culturale, che professionale. Sono cresciuto con lui, mi ha portato in tournee in giro per il mondo. Devo tantissimo a Enrico Rava; è un onore per me continuare a lavorare insieme».
Nei primi anni della sua formazione, invece, chi è stato il suo più grande riferimento musicale?
«Quando ho cominciato a suonare, studiando in conservatorio, i miei miti erano un po’ i miti di tutti. Posso dire di essere cresciuto a pane e J. J. Johnson, grandissimo trombonista. E poi ovviamente Ornett Coleman, Archie Shepp, Heret Dolphin. Negli ultimi 5/10 anni invece ho cominciato a trovare ispirazione in qualsiasi genere musicale, dal grande Giacinto Scelsi al rapper Snoop Dogg, e poi nella musica elettronica, nell’heavy metal. Direi in tutti i suoni in generale. Ma non parlatemi del Pop italiano. Quello no. Non sopporto quei personaggi che magari non capiscono un granché di musica e si divertono a gonfiare alcuni nomi, spacciandoli per i geni del terzo millennio».
Una polpetta difficile da digerire per uno come lei che ha studiato profondamente la musica
«Non ne faccio una questione di studio o di conoscenze; non è un problema di competenze musicali. Per me tutto è musica. Dalla musica d’orchestra a quella suonata dentro un garage. La musica è un bene comune. Quello che non sopporto è la presunzione di chi finge di capirne, speculando poi su alcuni artistelli. Non faccio nomi».
E la Computer Music invece?
«Una rovina. Sebbene io lavori spessissimo con il computer e mi piaccia molto l’elettronica, non riesco a considerare musica l’atto di comprare un computer, montarlo in cucina tra frigorifero e lavastoviglie, scaricare dei pezzi sonori e montarli insieme».
Su Youtube c’è un video in cui suona sommerso dall’acqua di una piscina. Le piacciono questo tipo di sperimentazioni?
«Ti riferisci al Festival Time In Jazz 2009. Quell’anno il tema del Festival era proprio l’acqua. E così, con Paolo Fresu, abbiamo pensato di giocare con l’acqua in maniera più fisica che teorica. E mi sono immerso in piscina; è stato divertente. Altre sperimentazioni… ho suonato a 2400 metri di altitudine, in montagna. E poi al buio, sotto la pioggia, per strada… Ogni volta è una nuova sensazione».
Guardandola suonare, sembra vada quasi in un’altra dimensione. Cosa c’è dentro la sua testa in quei momenti?
«In realtà quelli sono momenti di altissima concentrazione. Pensi alla musica, pensi ai suoni, pensi alle note che stai per comporre. Se vuoi creare ogni volta qualcosa di nuovo, qualcosa di inedito, come pretendo di fare io, devi liberare la mente da tutto il resto».

Pubblicato sul corriere.it

Monday, June 14, 2010

Bob c'è... ma anche la Mafia!

Dal Taormina Film Fest

Puntuale, sorridente e apparentemente emozionato, Robert De Niro torna in Sicilia, in occasione del Taormina Film Fest, per la quarta volta nella sua vita. La prima era stata negli anni '60 facendo l'autostop, e le ultime due per le riprese de "Il Padrino", film che gli ha garantito l'Academy Awarld come migliore attore non protagonista, per il ruolo di Vito Corleone. Casual il look, casual lo scambio di battute con il Direttore del Festival, Deborah Young, durante la Master Class che si è appena tenuta al Palazzo dei Congressi di Taormina. L'incontro segue la proiezione di "The Good Shepherd" film che riassume l'incredibile eclettismo di De Niro come attore, regista e produttore insieme. Si parla dei progetti futuri, tra cui il sequel dello stesso "The Good Shepherd", per narrare la storia della CIA dal '61 con la Baia dei Porci e la costruzione del muro di Berlino fino alla sua caduta nell' '89, e poi di un terzo, dall' 89 a oggi. Si parla del rapporto con Scorzese, "caloroso e professionale", e del lavoro con il regista Micheal Mann sulla scena di Heat. Si raccontano piccole curiosità, tra cui l'approfondimento del metodo Strasberg per l'interpretazione di Travis Bickle in Taxi Driver, dove De Niro aveva studiato la psicologia e le debolezze del granchio, i suoi movimenti lineari e laterali, facendoli suoi; ci confida i suoi modelli di riferimento, da Elia Kazan e Marlon Brandon e l'importanza nel lasciare libera espressione alla creatività degli attori che vengono diretti: "Non c'è niente di peggio che chiedere a un attore di far qualcosa che non sa fare". Un'ora piena e intensa di cinema con un re di Hollywood. Non ci ricordiamo di essere in Sicilia finchè, terminate le domande dei giornalisti, un giovane di Gela non prende la parola, per urlare con voce tremante che la mafia non è finita, che la mafia esiste ancora, e che non smette di causare vittime tra la gente. Tra lo stupore generale, De Niro ascolta attentamente il ragazzo, che dice di aver appena perso lo zio e i cugini, proprio a causa della mafia. Siamo in Sicilia. Bob c'è, ma anche la mafia!

Sunday, June 13, 2010

Taormina Film Festival

Deborah Young si racconta

Nella cittadina sicula di Taormina, lungo vicoli intrecciati e salite nascoste, chiese preziose e piazze che sembrano dipinte a mano, tra granite di mandorla e caffé, limone e gelsi neri, ceramiche e boutique di alta moda, si è appena concluso il più atteso appuntamento cinematografico dell’estate, il Taormina Film Fest, giunto quest’anno alla sua 56ª edizione. Dall’alba al tramonto, il Palazzo dei Congressi dell’antica Tauromenion ha intrattenuto cinefili e giornalisti da ogni parte del mondo, con lezioni di cinema, dibattiti, proiezioni di film e ospiti di prestigio. All’imbrunire, poi, il Teatro Antico, affacciato sul mare e sul maestoso Etna, ha premiato alcune tra le personalità più influenti del panorama cinematografico nazionale e internazionale e, indossando gli abiti di cinema a cielo aperto tra i più suggestivi al mondo, ha offerto al grande pubblico una discreta selezione di film in anteprima mondiale. Ad arricchire la kermesse non sono mancate neppure polemiche istituzionali, intoppi diplomatici e piccole rivoluzioni del palinsesto, ma la macchina organizzativa, fatta di giovani dalle inesauribili risorse, è andata avanti senza palesi interruzioni. L’energia umana ha avuto la meglio contro una burocrazia macchinosa e a volte poco intelligente.
Ma la vera paladina di questa 8 giorni di pane e cinema per palati esigenti è una donna gentile e sorridente, anche nei momenti di maggiore tensione, un critico cinematografico di origini statunitensi che vive in Italia da oltre 30 anni e ancora oggi ne è perdutamente innamorata. E’ Deborah Young, direttore delle ultime quattro edizioni del Taormina Film Fest. E, tra un pranzo con Robert De Niro e una conferenza stampa accanto a Emir Kusturica, siamo riusciti a incontrarla facendoci raccontare di se e della sua Taormina.
Dopo mesi di lavoro e di programmazione, il 56° Film Festival di Taormina ha finalmente preso corpo. Lei che ne ha curato ogni minimo aspetto, può dirsi soddisfatta del risultato?
Un Festival è sempre una sorpresa, fino all’ultimo momento non si sa quello che succederà. Decide il destino. C’è chi promette di venire e poi disdice, oppure può esserci qualche conferma inaspettata dell’ultimo minuto, possono verificarsi dei problemi con alcune proiezioni e infiniti contrattempi. Ma nonostante questo, il 56° Festival è stato una favola, un vero sogno. Abbiamo ospitato un entusiasta Robert De Niro dopo due anni di trattative; Colin Firth è riuscito a trovare un giorno tra mille impegni per poterci raggiungere; Emir Kusturica è rimasto tutta la settimana. E poi Dario Argento, Jafar Panahi, Isabel Coixet, Francesco Alliata, Maria Grazia Cucinotto, Cristiana Capotondi, Francesco Scianna, Ambra Angiolini, Nicoletta Romanoff, Margaret Madè, Diane Fleri, Giorgio Pasotti, Ficarra e Picone, e ancora lo stilista Valentino Garavani per il premio Città di Taormina, Totò Schillaci per il premio Cinema e Sport. Non posso dire che il 56° Festival sia stato esattamente come lo avevo immaginato, è stato meglio!
Il Festival in quanto tale rappresenta un momento di incontro e confronto tra produttori, registi e attori, cosa difficile da ripetere durante il resto dell’anno. E’ come se questo tipo di connessioni, specialmente in Italia, fossero atrofizzate e spesso possibili solo attraverso scorciatoie e raccomandazioni. Perché?
Credo che oggi tutti i mestieri vivano un po’ la stessa situazione. Mi chiedo se nel mondo della moda non avvenga lo stesso. Adesso però mi viene in mente Totò Schillaci, con cui ho appena parlato, e forse almeno nel mondo dello sport il talento e la capacità fisica di un atleta è ciò che conta veramente. Però ho notato che anche qui in Italia tutti quei giovani che hanno davvero voglia di sfondare e che lavorano duro per raggiungere i propri obiettivi, alla fine poi ci riescono. Credo dipenda da ogni singolo individuo. Questo dimostra che sforzo e costanza sono le chiavi del successo, non le raccomandazioni.
Ogni edizione del Taormina Film Festival prevede un ospite d’eccezione. Quest’anno è stata invitata la Spagna. E’ stata una scelta mirata?
Negli ultimi quattro anni, da quando sono direttore artistico di questo Festival, abbiamo deciso di fare di Taormina il centro della cultura del Mediterraneo. Ogni anno un paese del Mediterraneo viene scelto come ospite d’onore, in modo da poterne sottolineare le novità cinematografiche. Negli anni passati abbiamo celebrato l’Egitto, la Turchia e la Francia. Quest’anno la Spagna si presentava con molti film particolarmente interessanti, nuovi e moderni, che dimostrano come un paese che per altri versi somiglia moltissimo all’Italia, possa essere capace di generare una produzione incredibilmente contemporanea. Per questo abbiamo chiesto al critico cinematografico Nuria Vidal di fare la selezione dei film spagnoli ed è stato un grande successo.
Anche il Brasile è presente con moltissimi film, possiamo dire che sia un secondo ospite d’onore?
In effetti il Brasile, senza formalizzarsi, è diventato per così dire il nostro fidanzato. E’ il secondo anno che la Camera di Commercio Italo-Brasiliana porta a Taormina il meglio del cinema brasiliano, ma la selezione di quest’anno è stata decisamente superiore a quella dell’anno scorso, quando avevamo dovuto dividere i titoli con il Festival di Roma. Quest’anno invece abbiamo potuto selezionare la Creme de la Creme del Brasile, e non soltanto per quello che riguarda la sua produzione cinematografica. Quest’anno infatti abbiamo anche goduto di un ospite eccezionale come Adriana Calcanhotto, tra i massimi esponenti della Bossa Nova, che il 17 giugno ha affascinato il pubblico del Teatro Antico con uno grande concerto.
Lei che è nata negli Stati Uniti, patria del cinema hollywoodiano, come mai ha scelto di vivere in Italia? E cosa l’ha portata in Sicilia?
Penso sia stato il destino a portarmi in Italia. Sono stata sempre molto affascinata dall’Italia e dalla sua produzione cinematografica del secondo dopoguerra. Sono arrivata in Italia dopo la mia laurea per stare un anno soltanto, ma poi ho avuto l’opportunità di scrivere qui la Tesi e di trovare lavoro presso Variety. Così sono diventata critico cinematografico, scoprendo poi il mondo dei Festival. Ho lavorato al Festival di Venezia con Felice Laudadio ed è stato proprio lui a portarmi a Taormina. E’ stato un passaggio del tutto naturale. Oggi posso ritenermi davvero molto fortunata. Adoro la Sicilia e non c’è nulla che mi faccia più felice che lavorare qui.
Sebbene Taormina non rappresenti esattamente l’esempio più verace della Sicilia…
Personalmente credo che Taormina sia il centro della Sicilia, e non un posto esclusivamente per turisti come dicono in molti. La vedo più come una sorta di porta per dare il benvenuto agli stranieri e permettergli di conoscere e apprezzare la cultura siciliana. Soprattutto durante il Taormina Film Fest. Da qui molti dei nostri ospiti partono per visitare il resto dell’isola e mi capita spesso di consigliare loro luoghi sperduti che adoro. Credo questo sia un ottimo modo per rendere accessibile una delle regioni più affascinanti d’Italia.
Tornando al Cinema, come vede lei il Cinema italiano contemporaneo?
Il Cinema italiano è sempre stato la mia passione. Sono specializzata in Cinema Italiano e la mia Tesi di Laurea trattava proprio il cinema politico italiano degli anni ’70 e ’80. Posso dire però che negli ultimi anni lo trovo piuttosto deludente. E non mi riferisco a esempi clamorosi come Gomorra o Il Divo che sono bellissimi film, ma all’industria cinematografica in se stessa, che ritengo molto addomesticata, televisiva e molto meno graffiante del cinema spagnolo ad esempio, al quale somiglia. Mi piacerebbe che i registi italiani più incisivi avessero maggiori possibilità di girare film. Almeno un film all’anno e non uno ogni tre o quattro anni.
Qual è dunque il problema della cultura italiana. Perché non riusciamo a essere innovativi e competitivi come altri vicini di casa?
Credo che gli italiani siano un popolo molto creativo. Il problema qui è legato al sistema industriale cinematografico. Il Cinema è un settore carissimo e realizzare un lungometraggio costa davvero tanto. In Italia il sistema produttivo è decisamente viziato e legato in maniera smisurata a una televisione che non vuole film moralmente inaccettabili. In altri paesi c’è maggiore libertà di espressione. Non perché in Italia ci sia la censura, ma qui si manifesta un fenomeno molto peggiore, che è l’autocensura produttiva ed economica. E’ questo il vero problema.

Friday, March 12, 2010

Faremo della musica popolare siciliana un Patrimonio dell’Umanità


Dopo il grande successo del volume musicale Musica da Saloni, suoni e memorie dei barbieri di Sicilia (Nuova Ipsa Editore, 2009), elogiato dalla stampa e dalla televisione, sbarcato in America e vincitore di premi e riconoscimenti nazionali, adesso l’inarrestabile Compagnia di Canto e Musica Popolare di Favara sta già lavorando su nuovi progetti musicali ed editoriali. «Abbiamo cominciato a suonare quando avevamo ancora i calzoncini corti» racconta un entusiasta Maurizio Piscopo, curatore, insieme a Gaetano Pennino, del progetto Musica da Saloni; e oggi, che sono passati più di 35 anni, Giuseppe Calabrese alla chitarra, Antonio Lentini al contrabbasso, Nino Nobile al bouzouki, lo stesso Piscopo alla fisarmonica e il maestro Mimmo Pontillo a mandolino, mandola e contrabbasso, continuano, appassionati, a lavorare per realizzare quel sogno che li ha uniti fin dal primo giorno: «fare della musica popolare siciliana un Patrimonio dell’Umanità, come il Fado in Portogallo». Tra i progetti futuri, accanto a I canti dei Carusi di Solfatara e La Ballata degli Emigranti, il nuovo libro musicale, Le Serenate al chiar di luna, raccoglierà storie e memorie dei corteggiamenti musicali sotto i balconi delle fanciulle amate, usanza popolare diffusissima fino a 50 anni fa; un dono alla memoria per chi potrà ricordare e una favola per far sognare bimbi e nuove generazioni.

Friday, February 5, 2010

Sgarbi, l’altro


Solo, davanti a un pubblico quieto e interessato, curioso di vedere l’insolito Sgarbi nei panni del solito, o il medesimo Sgarbi nelle vesti dell’altro, insomma “Sgarbi, l’altro” in scena fino a questa sera (fino al 15 novembre) al Teatro Ciak di Milano.
Il sindaco di Salemi, Vittorio Sgarbi, lo studioso Vittorio Sgarbi, il letterato, il critico, il politico, il televisivo, Vittorio Sgarbi l’opinionista, il collezionista, l’oratore, il narciso, l’uomo, si sono fatti, per oltre due ore, uno soltanto. Mancava il polemico, mancava l’iroso, mancava l’urlatore, mancava il seduttore. Meglio così. Ci ha dato modo di apprezzare quella sua voce, così limpida e profonda, come un vero attore di teatro. Lui sulla scena vuota, altro perché privo di quegli altri che lo fanno notoriamente irritare, felice di poter essere se stesso.
Entra sulla scena, in abito clericale, si posiziona davanti a un leggio e interpreta, con voce modulare, ora mite e sommessa, ora aspra e imputante, le parole dell’ebreo Yossl Rakover, nella sua lettera al Dio di Israele, sorde tra gli spari del ghetto di Varsavia, violente e toccanti nel silenzio della sala (Yossl Rakover si rivolge a Dio, di Zvi Kolitz). Legge per oltre 20 minuti, e il pubblico non batte ciglio, ascolta. Sgarbi esce dalla scena. E quando rientra, vestito alla Sgarbi stavolta, lo spettacolo ha inizio. Parla di storia e di attualità, di letteratura e arte, di poesia, di musica. E raccorda, con un’arte che gli è particolarmente congeniale, epoche distanti e argomenti apparentemente differenti per spiegare la realtà in cui viviamo. Dal crollo delle torri gemelle a quello della chiesa di San Francesco ad Assisi, dalle brutali demolizioni di testimoni della storia da parte dell’urbanistica odierna, al potere comunicativo della censura. Il riferimento alla Sicilia, poi, è costante. Dall’orrore delle pale eoliche a quella Unità d’Italia che non è solo politica, geografica o garibaldina, ma che ha origine nella lingua di Ciullo d’Alcamo, nella pittura di Antonello da Messina. E’ la testa dello Sgarbi più affascinante a parlare sul palco. La sua è una riflessione fatta ad alta voce. E per chiarire e fissare il suo pensiero, Vittorio Sgarbi, il maestro, fa continuo riferimento a testi e opere d’arte esemplari, e legge quei testi, proietta quelle immagini, e il suo discorso si distende senza far piega, pulito, lineare. L’altro Sgarbi non ha bisogno di sbraitare per dare ragione alle sue parole, non ha bisogno di fare il seduttore per avere tutti gli occhi puntati su di se. E tralasciando qualche riferimento politico, al quale non ha potuto resistere, l’altro Sgarbi, il vero Sgarbi, è decisamente quello vincente.

Saturday, November 28, 2009

Cesare Inzerillo

L’ANTICONFORMISTA

Ci sono artisti che giocano a tutti i costi al ruolo dell’enfant terribile, del genio ribelle dall’equilibrio psichico labile, che si atteggiano a divinità insaziabili di egocentrismo e che fanno della propria immagine, curata fino all’ultimo dettaglio, un biglietto da visita che spesso trascende lo stesso valore artistico.
Ce ne sono poi degli altri, oggi in netta minoranza, che neppure hanno mai creduto di appartenere allo status d’artista, che vivono, e a volte subiscono, l’arte come una necessità esistenziale piuttosto che come vera professione e rifiutano, senza indugio, quei giochi di potere di galleristi e collezionisti, critici e curatori che hanno trasformato l’arte in un business colossale.
Sono o non sono, questi ultimi, i veri anticonformisti in una società che spesso si limita a riproporre surrogati di Duchamp, Warhol, Oldenburg e Pollock del terzo millennio?
Tra gli artisti “per bene”, anticonformisti del XXI sec., brilla il nome di Cesare Inzerillo, scultore siciliano, scenografo di successo e collaboratore dei registi Ciprì e Maresco per oltre dieci anni, una macchia di umiltà e professionalità in un mondo che luccica di star e starlet da reality art shows.
Quella di Inzerillo è una vocazione anarchica e solitaria; non importa dove giri la corrente, suo fine è uno e uno soltanto: la sua soddisfazione personale. Una soddisfazione che Cesare raggiunge, quotidianamente, nel suo laboratorio a Cinisi (PA), tra le sculture di polistirolo, gesso e fil di ferro, toccandole, vestendole, curandole.



Una figura ordinata, longilinea, educata, quella di Inzerillo. Un perfetto finanziere, esattore delle tasse, un carabiniere. In un'altra vita forse. Sotto quei lineamenti sottili, dietro quegli occhiali squadrati, oggi vive invece l’anima di un genio creativo, di un uomo ossessionato dalla necessità di trasformare in materia le sue visioni, ma noncurante del giudizio che le stesse potrebbero suscitare. Rifiuto, curiosità, sdegno, paura, stupore, sorriso? Non importa. Certo è che le sue creazioni non possono lasciare indifferenti, come indifferenti non hanno lasciato il sindaco di Salemi, Vittorio Sgarbi, e l’Assessore alla Creatività, Oliviero Toscani, che le hanno volute mettere in mostra a Salemi, nelle sale del Castello Svevo-Normanno.
Mummie di cartapesta e cemento, polistirolo e gesso, fil di ferro e stracci, ognuna con una propria verità, con una storia da raccontare. “Biancaneve”, “Gemelli 6mesi”, “Duro da morire”, “Leonardo dal Palermo”, sono solo alcuni degli incredibili protagonisti di La Classe Morta di Inzerillo, una classe di persone, di uomini, indaffarati nello svolgimento quotidiano dei propri costumi, e poi di colpo congelati dalla morte. Una morte che, per l’immediatezza della sua venuta, ha immortalato i gesti e le espressioni di quei corpi, rendendoli immortali e rispolverando un’ironia che, forse, la velocità della vita non avrebbe potuto trasmettere.
Ciò che però rende davvero incomparabile l’opera di Inzerillo è l’atmosfera che l’artista-scenografo ha voluto creare: un percorso spettrale ma fortemente suggestivo, attraverso le sale e le torri del Castello di Salemi. Un viaggio che lascia spazio, e tempo, alla riflessione, a un vero dialogo con le opere stesse.
Dopo il successo di Salemi, “La classe morta” di Cesare Inzerillo ora vola a Spoleto in occasione del Festival dei Due Mondi. Inzerillo prende dunque il volo, speriamo solo non trascini con se anche la sua anima.

Flavia Mantovan e le sue “Facce di Mafiosi”


Una ragazza elegante, delicata, quasi eterea, luminosa nella sua camicetta di seta bianca, si muove, in punta dei piedi, tra le tele, le sue, esposte negli spazi del Castello Arabo Normanno di Salemi. E’ l’arista Flavia Mantovan, pittrice romana, che da due anni vive e lavora a New York e che ha colto, senza indugio, la sfida del provocatorio e mai banale sindaco di Salemi, Vittorio Sgarbi. L’audace idea era quella della fondazione di un Museo della Mafia da realizzare a Salemi, e che si è poi concretizzata, lo scorso 23 maggio 2009, e non a caso, a 17 anni dall’omicidio del giudice Falcone. La mostra “Facce di Mafiosi” della Mantovan è il primo passo verso quello che è concepito come un museo della memoria e che, in questo senso, della Mafia, vuole auspicarne la morte.
“Facce di mafiosi è giornalismo, cinema, denuncia” scrive Vittorio Sgarbi sul catalogo della mostra “Il potere mafioso che vive nascosto trova volto e viene esibito, senza paura, senza ipocrisia”. Luciano Liggio, Giovanni Brusca, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro, Stefano Bontade, Tommaso Buscetta, Michele Greco, Vito Genovese, Al Capone, Tano e Vito Badalamenti, Alberto Anastasia, Ignazio Salvo, Salvatore e Sandro Lo Piccolo, Michele Sindona e Totò Riina, o meglio, le loro “Facce di Mafiosi” nella mostra e nella memoria.

Oliviero Toscani

CREO ERGO SUM



Pellicole, obbiettivi, filtri, creatività. Luce, esposizione, diaframma, creatività. Campagne pubblicitarie, condizione umana, creatività.
Oliviero Toscani è uno dei fotografi contemporanei più famosi e discussi in tutto il mondo. Provocatorio, insolente, strafottente, geniale. Al centro di polemiche internazionali e attaccato dalla morale pubblica per le campagne di Shockvertising create per Benetton e tanti altri, Toscani è protagonista oggi, insieme a Vittorio Sgarbi, della chiacchierata questione Salemitana. È lui l’Assessore alla Creatività, unico al mondo nel suo genere. Non poteva essere altrimenti. Del resto per Toscani la creatività è linfa, ossigeno, sangue. La sua mente è un vortice di sogni in perenne divenire. Sogna incessantemente, Toscani. E ogni giorno lavora perché anche il più piccolo sogno diventi realtà. Ma Toscani non è solo. Lui sogna, inventa, crea e i suoi ragazzi, i suoi collaboratori under25 lo aiutano affinché tanta preziosa creatività diventi materia. Sono grafici, fotografi, scrittori, giornalisti, PR, video-makers, talenti in embrione, stimolati dal genio creativo e stravagante del loro educatore. È educatore alla Creatività, Toscani. Ma la creatività non s’impara. La creatività ce l’hai o non ce l’hai. E se ce l’hai con Toscani impari a farne buon uso. Impari a metterti in discussione, impari a correre dei rischi. «Il conformismo è il peggior nemico della creatività. Chiunque sia incapace di prendersi dei rischi, non può essere creativo.» E impari a utilizzare la tecnologia come strumento al servizio della creatività e non come forma d’espressione. «Lavorate con la carta, con le cose» dice Oliviero Toscani ai suoi ragazzi «… L’ispirazione avviene per strada, nella natura, nella gente, non di fronte alla realtà liofilizzata della scatoletta di un computer.» E conclude «Adesso spegnete i computer ragazzi. Andate a guardare il cielo e quando trovate due nuvole esattamente uguali tra loro, allora riaccendetelo.»

Tuesday, March 24, 2009

L’ ”Effetto Salemi” colpisce ancora…

E dopo il Capodanno di Rubens, per le vacanze primaverili a Salemi arriva il Caravaggio.

18 marzo 2009, Palermo


Una commissione di illustri e illustrissimi, politici e provocatori, ironici e irascibili arriva puntuale alla sede dell’ARS alla vigilia della festa di San Giuseppe: sono il sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi seguito dall’Assessore alla Creatività Oliviero Toscani, il sindaco di Messina Buzzanca, il vicesindaco Ardizzone e il presidente dell’Istituto Regionale della Vite e del Vino Agueci; a fare gli onori di casa ecco invece, sorridenti e calorosi, l’assessore ai Beni Culturali della Regione Antinoro e il capogruppo dell’udc On. Maira.



Occasione dell’incontro è la felice vacanza Salemitana dell’ “Adorazione dei Pastori” di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, proveniente dal Museo Regionale di Messina ed ospite del Collegio dei Gesuiti di Salemi fino a fine maggio 2009.
L’evento, già miracolo culturale per la cittadina del trapanese, arriva pure a sancire e concludere quel miracolo anacronistico fatto di incontri, scambi e confronti di due artisti come Caravaggio e Rubens, che proprio in Sicilia a 400 dalla loro scomparsa hanno concretizzato quell’incontro che in vita non gli era stato possibile.
Le anime di Rubens e Caravaggio, infatti, racchiuse nelle opere omonime (l’Adorazione dei Pastori) e contemporanee (1608) dei due artisti si erano “incontrate, guardate e parlate” al museo civico di Messina per quasi tre mesi, catturando un’affluenza di oltre 16.000 visitatori.



“Le opere d’arte sono persone viventi, corpo fisico, supporto e colore e anima dell’autore e rappresentano a distanza di anni gli stessi artisti che le hanno create” dice l’irrefrenabile sindaco di Salemi Sgarbi, a cui si deve tra l’atro l’incredibile intuizione.
Protagonista del fenomeno culturale è ovviamente anche la città di Salemi che, avendo già ospitato Rubens per le feste di Capodanno prima del suo viaggio a Messina, accoglie oggi, dopo il felice incontro, il Caravaggio in concomitanza delle feste del pane di San Giuseppe. E l’effetto Salemi colpisce ancora!

Thursday, March 12, 2009

Alexander Calder: LES ANNÉES PARISIENNES,1926-1933

al Centre Georges-Pompidou


“Madame and monsieur… je vous prèsente le Cirque Calder!!!”
Una voce forte e matura. Un piccolo direttore di circo con pancia di sughero e gambette in fil di ferro domina il centro della pista; alle sue spalle un vecchio grammofono diffonde la melodia della marcia “Barnum and Bailey's Favorite” (1913) del grande compositore Karl L. King.
Che lo spettacolo abbia inizio!!!

Piccoli acrobati animati, clown e funamboli, trapezisti e domatori di animali, mangiatori di spade e lanciatori di coltelli si susseguono con i loro “incredibili” numeri sul palco di un Circo in miniatura, dove leoni ruggenti, cavalli del selvaggio west ed elefanti equilibristi fanno da cornice al “sensazionale” spettacolo.
I piccoli attori, pupazzetti o, meglio, sculturine di legno, gomma, carta, sughero, pelle e fil di ferro, camminano e danzano, saltano, fumano e parlano. La loro linfa vitale? Le mani sapienti e la voce di un grande regista e marionettista d’eccezione, l’artista Alexander Calder.
Non è un teatrino per i più piccini, si tratta piuttosto della performance “Le Grand Cinque Calder, 1927”, una delle opere più care allo stesso artista statunitense, immortalata nel 1955 dalla telecamera di Jean Painlevè, ed oggi una delle principali attrazioni della mostra “Alexander Calder: LES ANNÉES PARISIENNES,1926-1933” che sarà inaugurata al Centre Georges-Pompidou di Parigi il 18 marzo del 2009.



La mostra, realizzata grazie ad una collaborazione internazionale tra il Whitney Museum of American Art di New York e il Centre Georges-Pompdou di Parigi, ci regala uno dei momenti cruciali e al tempo stesso più affascinanti e reconditi della brillante carriera artistica di Alexander Calder: gli anni parigini (1926-1933) appunto, che videro la delineazione di quella che sarebbe diventata una delle figure più emblematiche dell’arte del XX sec.

Universalmente conosciuto per le sue sculture cinetiche, capolavori di ingegneria definiti “mobiles” da Duchamp (1931) e per le colossali sculture in metallo che colorano oggi alcune delle più importanti piazze del mondo (“stabiles” come li chiamò l’amico Jean Arp), Alexander “Sandy” Calder, che era figlio di due noti artisti statunitensi, aveva inizialmente deciso di intraprendere una carriera economicamente più stabile di quella dei genitori, laureandosi in ingegneria nel 1919. Ma la vocazione artistica era nei suoi geni, come dimostrano del resto alcuni giocattoli in legno che “Sandy” aveva creato all’età di appena 11 anni e fu proprio a Parigi, dove si trasferì nel 1926, che Calder maturò il suo eccezionale talento.



La mostra “Alexander Calder: LES ANNÉES PARISIENNES,1926-1933” ripropone passo dopo passo il percorso evolutivo di un genio che trovò nel gioco e nel movimento la sua più grande fonte di ispirazione. Troviamo qui le iIlustrazioni su carta che riproducono con intensità movimenti e atteggiamenti umani ed animali a partire da un unica e continua linea di inchiostro; ci sono poi le leggerissime sculture in fil di ferro, evoluzione tridimensionale delle prime illustrazioni, che ritraggono non solo celebrità dell’epoca (dalla star parigina degli anni ‘20 Josephine Baker all’attore Jimmy Durante e poi John D. Rockefeller, Helen Wills ed altri) ma anche alcuni tra gli amici più intimi dello stesso artista (il compositore Edgar Varesè, l’artista Joan Mirò e la modella Kiki de Montparnasse). Fulcro della mostra è indubbiamente l’opera “Le Grand Cinque Calder, 1927”, il Circo itinerante in miniatura, che Calder allestiva negli appartamenti privati e nei salotti parigini per guadagnare qualche soldo e grazie al quale l’artista sviluppò quel virtuosismo ingegneristico delle sue opere successive. L’esposizione si conclude infine con una ricchissima selezione di sculture: dalle prime creazioni cinetiche, animate da piccoli impeccabili meccanismi, passando per la serie delle “costellazioni” (sculture in legno e ferro che ricordano appunto le costellazioni), fino a quegli affascinanti “mobiles” che resero l’opera di Calder immortale.

Thursday, November 13, 2008

Due Babà, due cafè e… “Due Sanpietrini”

Intervista a Baldo Diodato



Un ragazzino con la chioma candida, gli occhi trasparenti ed un caldo sorriso meridionale. Ecco come si presenta Baldo Diodato oggi, entusiasta ed appassionato come negli anni adolescenziali, ma con lo sguardo ricco di una saggezza che solo il tempo e l’esperienza possono regalare.

Baldo Diodato nasce a Napoli. Si forma artisticamente all’Accademia delle Belle Arti di Napoli e all’Accademia Albertina di Torino. A Napoli entra a far parte del “operativo 64” capeggiato da “Luca” insieme a Dentale, Carlini, Pattison, Rubino e Achille Bonito Oliva, teorico del gruppo; nel ‘66 la partenza per New York che, nata come semplice avventura, si trasformerà poi nell’esperienza più significativa della sua esistenza. A New York Baldo, o’ guagliò, si muove con disinvoltura per le vie di una città malleabile e spregiudicata, vitale ed accogliente che si appresta a diventare la Capitale Culturale del mondo. Sono gli anni della Pop Art, dell’Action Painting, dell’Arte Minimalista e Concettuale, dell’avvento della cultura di massa e della pubblicità, e Baldo entra a contatto con gli stessi Basquiat, Andy Warhol, Raushemberg, Lichtestein, Eric Fischle, John Torreano, Julien Shnabel ed altri. New York e la sua energia cinetica non possono che stuzzicare la creatività di artista e Baldo, nel suo studio/loft del Greenweech Village, progetta e crea di giorno, come un instancabile Stromboli, e la sera si diverte ad organizzare vernissage e degustazioni culinarie che profumano della sua cara vecchia Napulè. Nel ‘92, dopo quasi trent’anni di scorpacciate di quella Grande Mela, il ritorno in Italia.



Baldo Diodato, l’uomo, oggi a Roma, vive un nuovo capitolo della propria vita: il suo volto è sereno, rilassato, soddisfatto. Baldo Diodato, l’artista, continua a ricercare, sperimentare e creare senza sosta, forse, perchè no, attingendo ancora inventiva ed idee da quelle inesauribili riserve d’oltre oceano.

Lo incontriamo nel suo studio in Doria Panphili, nel cuore di Roma dove, tra babà, cafè e “Sampietrini”, ci racconta la sua ultima conquista creativa, ripercorrendo i sogni e le avventure che hanno disegnato la sua storia.

1. “Due Sanpietrini” e “Marco Aurelio” sono i sui ultimi successi espositivi. Calchi di pavimentazioni che risalgono alla Roma Papale (nel 1585 Papa Sisto V, nell’ambito di un’opera di rinnovamento urbanistico, fece pavimentare Piazza San Pietro con questi cubetti di selce, che dalla Basilica prendono il nome di Sanpietrini appunto), le sue opere racchiudono motivi minimalisti e concettuali, tracce di arte processuale ed happening; ci spieghi meglio di cosa si tratta questa sua nuova operazione artistica.

Nelle mie opere è possibile entrarci, viverle, uscirne. Tempo fa, a New York, guardando la gente, sempre in continuo movimento, ho provato la sensazione di assistere ad un vero e proprio spettacolo. Decisi così di farmi lasciare, inconsciamente e non, le loro impronte sulla tela bianca, le loro tracce, le loro immagini come "sculture viventi". Tornato a Roma, l'alluminio ha sostituito la tela dando vita a bassorilievi, iper-realisti e minimal, di strade e piazze romane.



2. Diceva Carlo Giulio Argan che “Esperienza estetica è quella che si fa attraverso i tre stadi dell’immaginazione: memoria, percezione, progetto (cioè passato, presente e futuro), e che si concreta ed esprime in un’operazione tecnica che produce oggetti economicamente privilegiati, le opere d’arte.” La sua ricerca sembra ricalcare nel dettaglio le parole dell’Argan. Storia, presente e futuro si sovrappongono nella sua opera. Lei cattura la pelle plurisecolare di Roma, con i suoi pori ingigantiti, le sue rughe, utilizzando delle lamine d’alluminio come fossero la pellicola di una polaroid tridimensionale, vi imprime il passo pesante e prepotente del contemporaneo ed infine lo appende alla parete di una galleria, conferendogli l’aurea luce di opera d’arte, dono per l’uomo di domani. E’ questo il frutto di un’idea che l’ha colpita come un fulmine a ciel sereno o è piuttosto il risultato di un più lungo percorso di ricerca?

Le illuminazioni, anche quando avvengono a ciel sereno, hanno radici profonde. I miei calchi su sanpietrini romani sono figli dei frottages su tela che facevo a New York, alla fine degli anni '60.

3. Il sampietrino, cosa significa per lei questo cubetto di selce e quando ha deciso di renderlo protagonista di una sua operazione artistica?

Del sampietrino mi interessa la forma quadrata molto più grande delle tessere per il mosaico: come nei mosaici questi cubetti s'incastrano l'uno nell'altro raccontando delle storie antiche, presenti e future. Dal 2000 ho effettuato dei calchi su laminati sottili di alluminio, per portarli poi nelle case come pavimenti, soffitti ed in gallerie di varie città.



4. Lei che ha vissuto in prima persona alcuni tra i momenti più significativi della Storia dell’Arte nel passaggio tra due millenni, come vede l’Arte contemporanea oggi e cosa pensa del modo in cui questa cerchi di farsi ascoltare?

L'arte contemporanea significa trovare il metodo per cambiare. Così è nata la civilizzazione, sin dall'invenzione della ruota; è desiderio di cambiamento. L'arte contemporanea oggi è una ricostruzione di particolari della natura, in cambio di soldi: arte= money. Nel '400 c'erano le botteghe, in seguito le gallerie e le fiere, oggi le aste.