Showing posts with label Cinema. Show all posts
Showing posts with label Cinema. Show all posts

Thursday, March 3, 2011

Aldo Filiberto, «obiettivo» siculo a Hollywood

Fotografo e regista, studia alla New York Film Academy



PALERMO - Vivere, a Los Angeles, sulla Hollywood Walk of Fame, la passeggiata delle celebrità. Raggiungere gli Universal Studios, per seguire lezioni di John Carpenter (regista di La cosa, Halloween, 1997: Fuga da New York), di Ron Howard (Apollo 13, A Beautiful Mind, Il Codice da Vinci) o di Buck Henry (sceneggiatore de Il Laureato). Passeggiare, all’interno dei sound stage hollywoodiani - hangar dentro i quali vengono costruiti i set - attraverso strade e quartieri di New York o Parigi fedelmente riprodotti. Fermarsi sul portico di un tipico saloon, in un set western, e respirare a pieni polmoni alcuni dei più importanti capitoli della storia del cinema. Sembrerebbe una di quelle vite da magazine e tv, una di quelle storie capaci di ricordarci la magnitudine di terra e mare che ci separa dalla California. Eppure questa è la quotidianità di Aldo Filiberto, giovanissimo fotografo e regista palermitano in giro per il mondo da quasi 10 anni. Dopo aver studiato fotografia nel Regno Unito e aver ritratto volti e paesaggi di tutt’Europa, nel 2001, grazie a una borsa di studio, è approdato negli States per un master in Film-making alla New York Film Academy di Los Angeles. E, mentre il suo ultimo cortometraggio, Redention, partecipa a festival di cinema indipendente di Usa ed Europa, The interviewer, il suo primissimo lungometraggio, è adesso in fase di pre-produzione.



Prima la fotografia, adesso il cinema. Scelta o pura casualità?
«La passione per la fotografia è nata dall’incontro inaspettato con un libro del fotogiornalista francese Henri Cartier-Bresson. Dopo aver letto il suo concetto “zen” della fotografia, come caccia al momento perfetto, ed essermi innamorato della poesia dei suoi scatti, ho preso la vecchia Olympus di mio padre e scattato le mie prime foto. Da allora non ho più smesso. Il passaggio al cinema, invece, credo rappresenti la perfetta sublimazione del mio amore per la fotografia. Cinema e fotografia parlano un linguaggio comune. Entrambe hanno il potere di trasformare la soggettività di una sola persona in un’emozione talmente forte e concreta da diventare oggettivamente condivisa. La fotografia lo fa attraverso l’uso delle immagini. Il cinema utilizza anche suono, musica e movimento, amplificandone il risultato in maniera eccezionale».



Cosa manca in Italia per vivere un’esperienza come quella che stai vivendo in California?«Credo che al cinema italiano manchi quell’elemento che rende il cinema americano vivo e sempre in evoluzione, che è la produzione indipendente. In Italia, la maggior parte dei film si basa su finanziamenti statali. Si tratta di produzioni a parecchi zeri con accordi di distribuzione già in piedi ancor prima che il film stesso sia stato girato. In questo modo, il numero di produzioni rimane inevitabilmente basso. Negli Stati Uniti, invece, il panorama del cinema auto-finanziato è molto interessante e sono tantissime le produzioni che nascono, vivono e fioriscono al di fuori del sistema degli Studios. Ci sono produttori che lavorano soltanto con film indipendenti, interi mercati di distribuzione per film indipendenti e sale cinematografiche che proiettano solo produzioni indipendenti. Tutto ciò permette a giovani film-maker senza grossi capitali di affacciarsi a un mercato cinematografico ugualmente vivo. Ed è proprio da questo bacino artistico che il cinema delle grosse case di produzione americane trae spesso idee o talenti. In Italia tutto questo non esiste.



Date queste premesse, è difficile immaginare un tuo rientro a Palermo… «Amo Palermo con tutti i suoi pregi e difetti e ne porto sempre un po’ con me, ma per il momento ho ancora bisogno di scoprire il mondo. C’è però un progetto che sto provando a realizzare insieme a un amico produttore e alcuni soci. Si tratta di un film ambientato Palermo: una produzione americana con cast e crew rigorosamente siciliani. Vediamo cosa succede...».

Pubblicato su corriere.it

Da piccola ricalcava i fumetti Disney

oggi disegna nel team di Tim Burton

PALERMO - C’è chi da piccino sognava di fare l’astronauta e oggi ha paura dell’aereo, chi desiderava indossare tutù e scarpette e oggi veste la toga. Lei invece, che stregata dalle silhouette dei personaggi Disney sognava semplicemente di poter conoscere un giorno i creatori di eroi come la Sirenetta e Roger Rabbit, oggi, talentuosa cartoonist e animatrice 2D (ma anche musicista folk), siede addirittura nello stesso team di lavoro di quei mitici artefici. Valentina Ventimiglia, giovane artista palermitana, ha capito prestissimo che nella vita avrebbe disegnato cartoni animati: «All'inizio cercavo di coinvolgere anche i miei genitori nell’impresa. Ma né gli scarabocchi di dame di mia madre e neppure il cowboy e l'indiano di mio padre, riuscivano a soddisfarmi. A 4 anni ho deciso che avrei continuato da sola. Ricopiavo le copertine dei quaderni, e tutti i libri della Disney avevano dei solchi nelle pagine che raffiguravano la Sirenetta, perché ricalcarla dalla tv, mettendo in "pausa" il VHS, non ha mai funzionato bene».

LA CARRIERA - Oggi, dopo un diploma in Animazione tradizionale a Torino, un’Internship nella sede londinese di Cartoon Network, e varie collaborazioni con studi di animazione internazionali, il suo nome compare, in qualità di Storyboard assistant, nella «crew list» di produzione di «Frankenweenie», nuovissimo lungometraggio in stop-motion della Disney diretto da Tim Burton, in uscita nelle sale cinematografiche nel 2012. Eppure, Valentina sognerebbe di tornare in Sicilia: «Ho sperato più di una volta di poter lavorare nella mia città, ma in Italia purtroppo manca la fiducia nei giovani talenti, e anche la giusta considerazione per una forma di arte che prevede tempi lunghissimi di realizzazione. Molti di noi sanno, a grandi linee, che un'animazione è composta da una sequenza di disegni, ma ben pochi immaginano che, per ogni singolo minuto animato, si possano impiegare fino a 3 mesi di lavoro. In Italia la mia professione è ancora fortemente sottopagata; mantenersi da soli diventa impossibile».

IL NUOVO PROGETTO DI BURTON - Dopo Alice in the Wonderland (2010), l’ultimo progetto siglato Burton-Disney, è il remake di uno dei primi cortometraggi dello stesso regista americano, Frankenweenie (1984), concepito come parodia dei due film di James Whale, Frankenstein (1931) e La moglie di Frankenstein (1935), basati sul soggetto di Mary Shelley. «Franken-weenie», «Frankenstein-sfigato», racconta le vicende del piccolo Victor Frankenstein che, sfruttando l'effetto degli impulsi elettrici sui muscoli, imparato a scuola, tenta di riportare in vita il suo cane – Sparky – investito da un’automobile. «Sebbene da più di un anno un’instancabile squadra di storyboard artist, modellisti, pittori, scenografi, tecnici e produttori stia lavorando al lungometraggio, siamo ancora soltanto a metà dell’opera», racconta Valentina, «In questo momento stiamo sviluppando lo “storyboard”, fase fondamentale di ogni produzione cinematografica, che potremmo descrivere come un enorme fumetto in cui viene visualizzata l'intera storia, scena dopo scena. Il mio ruolo, in quanto assistente, è quello di dare una mano con le correzioni, ridisegnare personaggi, sostituirli, cambiare inquadratura o scenografia; ma ogni tanto arriva l'opportunità di disegnare delle piccole sequenze per intero, e non ci sono parole per descrivere l'emozione, immaginando poi il risultato sul grande schermo». E, mentre nella sede centrale dello studio di produzione, in quello che viene chiamato lo “storyboard department”, la sceneggiatura viene tradotta in materiale visivo, vengono definite le inquadrature cinematografiche e il modo in cui interagiranno tra di loro i personaggi, all’interno del «Puppet Hospital» (n.d.r. Casa dei Pupazzi), un gruppo instancabile di modellisti e scenografi è al lavoro per costruire le ambientazioni e i personaggi che, poco dopo, sul "set", prenderanno finalmente vita propria, per incantare e affascinare milioni di bambini in tutto il mondo.

Pubblicato su corriere.it

Mikele Ferra, il regista palermitano

che realizza progetti in Medio Oriente



PALERMO - «Basta con chi dice che si parte dall’Italia perché lì non funziona niente. Che bisogna andarsene per avere successo. Sono luoghi comuni. La gente si muove perché è nella natura dell’uomo, è un’esigenza antropologica. L’italiano, poi, è un avventuriero; è dappertutto. È una tradizione che va ormai avanti da secoli». Esordisce così Michele Ferraro, in arte Mikele Ferra, regista palermitano. Siciliano. Italiano.

Lui da Palermo è partito 15 anni fa, ma non perché non ci si trovasse bene: «È difficile trovare altri luoghi con una simile qualità di vita. Il clima, il cibo, i mandarini in giardino. Sono andato via perché volevo ritrarre il mondo, prima con la macchina fotografica, poi con la cinepresa. Ma per raccontare qualsiasi cosa devi prima conoscerla; così è cominciato il mio viaggio».

Oggi, a 36 anni, Michele vive tra Berlino, San Francisco e Bangkok, dirigendo Miranfilm, Epoca e The Sleeper Ones, tre società di comunicazione, produzione cinematografica e teatrale, che stanno riscuotendo grande successo internazionale. «Ma non è che vai via e, puff, lavoro e successo ti cascano dal cielo. Per 10 anni, ho dovuto lavorare come buttafuori nelle discoteche di tutto il mondo – Firenze, Bucarest, Buenos Aires, New York, Madrid, Berlino - per guadagnare qualche soldo. E nel frattempo lavoravo in vari progetti, documentari, film. Di notte ho conosciuto la faccia peggiore della società. Ma ho imparato a parlare con la gente, a capirla. Questa è stata la mia vera formazione, altro che scuole di regia». Parlando con Michele, ti rendi presto conto che non sarà facile sintetizzare in poche righe il fiume idee che popolano la sua mente e il suo lavoro.

Più di 20 progetti sono già stati realizzati, e altrettanti sono attualmente in processo di sviluppo. Comune denominatore: l’interesse per il sociale; agire per contribuire al miglioramento della società. «Theatre in the Desert», ad esempio, nasce dall’idea di creare il primo archivio teatrale in Medio Oriente, aprendo due nuovi teatri dove raccogliere storie nelle quali poi la gente potrà riconoscersi. «Il teatro costituisce la base culturale di una società. Così è nata la tragedia greca: ciò che non si poteva dire in piazza, lo si poteva raccontare in teatro. In Europa Goldoni, Shakespeare, Manzoni, Moliere hanno creato in nostro archivio teatrale. Tutto questo in Medio Oriente non è mai esistito. Oggi, nei teatri di Damasco, di Beirut, si mette in scena Shakespeare, Ma non c’entra nulla con la loro cultura». Sebbene Michele abbia cominciato come artista, oggi sostiene di aver esaurito ogni interesse per il puro lato estetico delle cose. «Non faccio più nulla che non abbia un contenuto in senso sociale. Voglio utilizzare la mia energia per costruire villaggi in Africa. Dare cultura a quei popoli. Ormai in Occidente si è fatto tutto, troppo. Noi abbiamo bisogno di tornare a fare i contadini. Ma sì. Chiudiamo tutte le scuole e i teatri d’Europa e andiamo ad aprirli in Africa. Questo è il futuro».

Pubblicato su corriere.it

Friday, October 15, 2010

Close-Up. Abbas Kiarostami.


Se cercate un film che riassuma in 94’ buona parte del gusto cinematografico iraniano, lasciandovi tempo per riflettere sul concetto di arte e di popolarità, di verità e di finzione cinematografica, allora non perdete Close-Up (Nema-ye nazdik,1990) di Abbas Kiarostami, probabilmente uno dei più riusciti esempi di realismo cinematografico persiano. Close-Up, letteralmente primo piano, mette a fuoco, massimizzandone alcuni dettagli poetici, un singolare evento di cronaca che aveva particolarmente colpito il regista.
Il povero disoccupato Hossain Sabzian, appassionato di cinema e grande estimatore del regista Mohsen Makhmalbaf, sfruttando alcune fortuite coincidenze e la sua indubbia somiglianza allo stesso regista, viene accusato di frode e truffa per aver finto di essere Makhmalbaf in persona e aver convinto la famiglia Ahankah ad offrirgli cibo, denaro, e ospitalità in casa propria, dove avrebbe poi voluto girare il suo presunto prossimo film.
Sulla scena non ci sono attori. Il truffatore Sabzian, il regista Makhmalbaf e lo stesso Kiarostami sono protagonisti della cronaca così come della scena. La finzione cinematografica e la realtà della vita si fondono e si mischiano all’infinito, fino a confondere la loro stessa identità all’interno della classica struttura ciclica del cinema iraniano, riproposta qui da Kiarostami come i pezzetti di una matrioska russa.
La prima e l’ultima scena, collegate dal tema della ripresa in automobile, aprono e chiudono quello che sembra, a tutti gli effetti, un documentario giornalistico. Ma se inizialmente la chiave della narrazione è proprio la figura del reporter Hassan Farazmand (verosimile alter-ego di Kiarostami nella prima parte del film) che dopo esser venuto a conoscenza del fatto, si appresta a raggiungere casa Ahankah per effettuare lo scoop della sua vita, nella seconda parte è lo stesso regista Kiarostami a entrare in scena, all’interno dell’aula del tribunale dove viene effettuato il processo, con la propria telecamera. E per cucire eventuali buchi narrativi prende pure la parola, interrogando direttamente l’imputato/protagonista, in un duplice close-up, sia verbale che visivo.

Monday, June 14, 2010

Bob c'è... ma anche la Mafia!

Dal Taormina Film Fest

Puntuale, sorridente e apparentemente emozionato, Robert De Niro torna in Sicilia, in occasione del Taormina Film Fest, per la quarta volta nella sua vita. La prima era stata negli anni '60 facendo l'autostop, e le ultime due per le riprese de "Il Padrino", film che gli ha garantito l'Academy Awarld come migliore attore non protagonista, per il ruolo di Vito Corleone. Casual il look, casual lo scambio di battute con il Direttore del Festival, Deborah Young, durante la Master Class che si è appena tenuta al Palazzo dei Congressi di Taormina. L'incontro segue la proiezione di "The Good Shepherd" film che riassume l'incredibile eclettismo di De Niro come attore, regista e produttore insieme. Si parla dei progetti futuri, tra cui il sequel dello stesso "The Good Shepherd", per narrare la storia della CIA dal '61 con la Baia dei Porci e la costruzione del muro di Berlino fino alla sua caduta nell' '89, e poi di un terzo, dall' 89 a oggi. Si parla del rapporto con Scorzese, "caloroso e professionale", e del lavoro con il regista Micheal Mann sulla scena di Heat. Si raccontano piccole curiosità, tra cui l'approfondimento del metodo Strasberg per l'interpretazione di Travis Bickle in Taxi Driver, dove De Niro aveva studiato la psicologia e le debolezze del granchio, i suoi movimenti lineari e laterali, facendoli suoi; ci confida i suoi modelli di riferimento, da Elia Kazan e Marlon Brandon e l'importanza nel lasciare libera espressione alla creatività degli attori che vengono diretti: "Non c'è niente di peggio che chiedere a un attore di far qualcosa che non sa fare". Un'ora piena e intensa di cinema con un re di Hollywood. Non ci ricordiamo di essere in Sicilia finchè, terminate le domande dei giornalisti, un giovane di Gela non prende la parola, per urlare con voce tremante che la mafia non è finita, che la mafia esiste ancora, e che non smette di causare vittime tra la gente. Tra lo stupore generale, De Niro ascolta attentamente il ragazzo, che dice di aver appena perso lo zio e i cugini, proprio a causa della mafia. Siamo in Sicilia. Bob c'è, ma anche la mafia!

Sunday, June 13, 2010

Taormina Film Festival

Deborah Young si racconta

Nella cittadina sicula di Taormina, lungo vicoli intrecciati e salite nascoste, chiese preziose e piazze che sembrano dipinte a mano, tra granite di mandorla e caffé, limone e gelsi neri, ceramiche e boutique di alta moda, si è appena concluso il più atteso appuntamento cinematografico dell’estate, il Taormina Film Fest, giunto quest’anno alla sua 56ª edizione. Dall’alba al tramonto, il Palazzo dei Congressi dell’antica Tauromenion ha intrattenuto cinefili e giornalisti da ogni parte del mondo, con lezioni di cinema, dibattiti, proiezioni di film e ospiti di prestigio. All’imbrunire, poi, il Teatro Antico, affacciato sul mare e sul maestoso Etna, ha premiato alcune tra le personalità più influenti del panorama cinematografico nazionale e internazionale e, indossando gli abiti di cinema a cielo aperto tra i più suggestivi al mondo, ha offerto al grande pubblico una discreta selezione di film in anteprima mondiale. Ad arricchire la kermesse non sono mancate neppure polemiche istituzionali, intoppi diplomatici e piccole rivoluzioni del palinsesto, ma la macchina organizzativa, fatta di giovani dalle inesauribili risorse, è andata avanti senza palesi interruzioni. L’energia umana ha avuto la meglio contro una burocrazia macchinosa e a volte poco intelligente.
Ma la vera paladina di questa 8 giorni di pane e cinema per palati esigenti è una donna gentile e sorridente, anche nei momenti di maggiore tensione, un critico cinematografico di origini statunitensi che vive in Italia da oltre 30 anni e ancora oggi ne è perdutamente innamorata. E’ Deborah Young, direttore delle ultime quattro edizioni del Taormina Film Fest. E, tra un pranzo con Robert De Niro e una conferenza stampa accanto a Emir Kusturica, siamo riusciti a incontrarla facendoci raccontare di se e della sua Taormina.
Dopo mesi di lavoro e di programmazione, il 56° Film Festival di Taormina ha finalmente preso corpo. Lei che ne ha curato ogni minimo aspetto, può dirsi soddisfatta del risultato?
Un Festival è sempre una sorpresa, fino all’ultimo momento non si sa quello che succederà. Decide il destino. C’è chi promette di venire e poi disdice, oppure può esserci qualche conferma inaspettata dell’ultimo minuto, possono verificarsi dei problemi con alcune proiezioni e infiniti contrattempi. Ma nonostante questo, il 56° Festival è stato una favola, un vero sogno. Abbiamo ospitato un entusiasta Robert De Niro dopo due anni di trattative; Colin Firth è riuscito a trovare un giorno tra mille impegni per poterci raggiungere; Emir Kusturica è rimasto tutta la settimana. E poi Dario Argento, Jafar Panahi, Isabel Coixet, Francesco Alliata, Maria Grazia Cucinotto, Cristiana Capotondi, Francesco Scianna, Ambra Angiolini, Nicoletta Romanoff, Margaret Madè, Diane Fleri, Giorgio Pasotti, Ficarra e Picone, e ancora lo stilista Valentino Garavani per il premio Città di Taormina, Totò Schillaci per il premio Cinema e Sport. Non posso dire che il 56° Festival sia stato esattamente come lo avevo immaginato, è stato meglio!
Il Festival in quanto tale rappresenta un momento di incontro e confronto tra produttori, registi e attori, cosa difficile da ripetere durante il resto dell’anno. E’ come se questo tipo di connessioni, specialmente in Italia, fossero atrofizzate e spesso possibili solo attraverso scorciatoie e raccomandazioni. Perché?
Credo che oggi tutti i mestieri vivano un po’ la stessa situazione. Mi chiedo se nel mondo della moda non avvenga lo stesso. Adesso però mi viene in mente Totò Schillaci, con cui ho appena parlato, e forse almeno nel mondo dello sport il talento e la capacità fisica di un atleta è ciò che conta veramente. Però ho notato che anche qui in Italia tutti quei giovani che hanno davvero voglia di sfondare e che lavorano duro per raggiungere i propri obiettivi, alla fine poi ci riescono. Credo dipenda da ogni singolo individuo. Questo dimostra che sforzo e costanza sono le chiavi del successo, non le raccomandazioni.
Ogni edizione del Taormina Film Festival prevede un ospite d’eccezione. Quest’anno è stata invitata la Spagna. E’ stata una scelta mirata?
Negli ultimi quattro anni, da quando sono direttore artistico di questo Festival, abbiamo deciso di fare di Taormina il centro della cultura del Mediterraneo. Ogni anno un paese del Mediterraneo viene scelto come ospite d’onore, in modo da poterne sottolineare le novità cinematografiche. Negli anni passati abbiamo celebrato l’Egitto, la Turchia e la Francia. Quest’anno la Spagna si presentava con molti film particolarmente interessanti, nuovi e moderni, che dimostrano come un paese che per altri versi somiglia moltissimo all’Italia, possa essere capace di generare una produzione incredibilmente contemporanea. Per questo abbiamo chiesto al critico cinematografico Nuria Vidal di fare la selezione dei film spagnoli ed è stato un grande successo.
Anche il Brasile è presente con moltissimi film, possiamo dire che sia un secondo ospite d’onore?
In effetti il Brasile, senza formalizzarsi, è diventato per così dire il nostro fidanzato. E’ il secondo anno che la Camera di Commercio Italo-Brasiliana porta a Taormina il meglio del cinema brasiliano, ma la selezione di quest’anno è stata decisamente superiore a quella dell’anno scorso, quando avevamo dovuto dividere i titoli con il Festival di Roma. Quest’anno invece abbiamo potuto selezionare la Creme de la Creme del Brasile, e non soltanto per quello che riguarda la sua produzione cinematografica. Quest’anno infatti abbiamo anche goduto di un ospite eccezionale come Adriana Calcanhotto, tra i massimi esponenti della Bossa Nova, che il 17 giugno ha affascinato il pubblico del Teatro Antico con uno grande concerto.
Lei che è nata negli Stati Uniti, patria del cinema hollywoodiano, come mai ha scelto di vivere in Italia? E cosa l’ha portata in Sicilia?
Penso sia stato il destino a portarmi in Italia. Sono stata sempre molto affascinata dall’Italia e dalla sua produzione cinematografica del secondo dopoguerra. Sono arrivata in Italia dopo la mia laurea per stare un anno soltanto, ma poi ho avuto l’opportunità di scrivere qui la Tesi e di trovare lavoro presso Variety. Così sono diventata critico cinematografico, scoprendo poi il mondo dei Festival. Ho lavorato al Festival di Venezia con Felice Laudadio ed è stato proprio lui a portarmi a Taormina. E’ stato un passaggio del tutto naturale. Oggi posso ritenermi davvero molto fortunata. Adoro la Sicilia e non c’è nulla che mi faccia più felice che lavorare qui.
Sebbene Taormina non rappresenti esattamente l’esempio più verace della Sicilia…
Personalmente credo che Taormina sia il centro della Sicilia, e non un posto esclusivamente per turisti come dicono in molti. La vedo più come una sorta di porta per dare il benvenuto agli stranieri e permettergli di conoscere e apprezzare la cultura siciliana. Soprattutto durante il Taormina Film Fest. Da qui molti dei nostri ospiti partono per visitare il resto dell’isola e mi capita spesso di consigliare loro luoghi sperduti che adoro. Credo questo sia un ottimo modo per rendere accessibile una delle regioni più affascinanti d’Italia.
Tornando al Cinema, come vede lei il Cinema italiano contemporaneo?
Il Cinema italiano è sempre stato la mia passione. Sono specializzata in Cinema Italiano e la mia Tesi di Laurea trattava proprio il cinema politico italiano degli anni ’70 e ’80. Posso dire però che negli ultimi anni lo trovo piuttosto deludente. E non mi riferisco a esempi clamorosi come Gomorra o Il Divo che sono bellissimi film, ma all’industria cinematografica in se stessa, che ritengo molto addomesticata, televisiva e molto meno graffiante del cinema spagnolo ad esempio, al quale somiglia. Mi piacerebbe che i registi italiani più incisivi avessero maggiori possibilità di girare film. Almeno un film all’anno e non uno ogni tre o quattro anni.
Qual è dunque il problema della cultura italiana. Perché non riusciamo a essere innovativi e competitivi come altri vicini di casa?
Credo che gli italiani siano un popolo molto creativo. Il problema qui è legato al sistema industriale cinematografico. Il Cinema è un settore carissimo e realizzare un lungometraggio costa davvero tanto. In Italia il sistema produttivo è decisamente viziato e legato in maniera smisurata a una televisione che non vuole film moralmente inaccettabili. In altri paesi c’è maggiore libertà di espressione. Non perché in Italia ci sia la censura, ma qui si manifesta un fenomeno molto peggiore, che è l’autocensura produttiva ed economica. E’ questo il vero problema.

Friday, March 12, 2010

50 film, 5 oceani, 20.000 vincitori

Il San Francisco Ocean Film Festival premia i pescatori siciliani di Franco La Cecla

Cosa spinge una giuria di professori, imprenditori e sportivi americani, riuniti attorno al tavolo di uno dei più importanti Film Festival di settore al mondo, a prediligere, tra gli oltre 50 film in gara, un documentario italiano che narra le vicende di una comunità di pescatori siciliani del golfo di Gloucester, a nord di Boston? La maggior parte dei film cavalcavano le onde con i surf e dipingevano le fantastiche scenografie dei mari del nord, con iceberg e pinguini; si inabissavano nel profondo blu per guardare da vicino cavallucci marini, delfini, e specie in estinzione; parlavano di ecologia e inquinamento, di paradisi da proteggere e di spiagge da sogno; uno soltanto, “In altro mare” dell’antropologo siciliano Franco La Cecla, parlava di persone, di 20.000 immigrati di 4° o 5° generazione, provenienti da Terrasini e impegnati in una lotta quotidiana, e impari, con la nebbia e con l'industria multinazionale della pesca che ogni giorno mette a dura prova la stessa esistenza della pesca tradizionale. Ed è stato premiato. Forse è stata la sorpresa di qualcosa di cui non si sospettava l’esistenza o magari l’anticonformismo dell’argomento trattato, fatto sta che i siciliani, seppur senza tavola da surf, sono ancora una volta sulla cresta dell’onda.

Tuesday, February 23, 2010

Dalla friggitrice al web…

Ecco a voi PC…PANELLE E CROCCHé!

Farina di ceci e prezzemolo, patate, mentuccia e pangrattato, e poi ironia, comicità, informazione, e ancora attori e sceneggiatori di qualità, uno staff tecnico giovane e professionale, la passione per l’innovazione e l’anticonformismo, olio per friggere in abbondanza, un pizzico di sale e tanta sana sicilianità. Ed ecco a voi una vera prelibatezza “palemmitana”: PC…Panelle e crocché, la nuova web sitcom siciliana, prodotta da Serverstudio, Server e Novantacento, che andrà in onda, da febbraio 2010, su BlogSicilia.it, Livesicilia.it e Panellecrocche.it.
Personaggi esilaranti e storie di vivida attualità, raccontate attraverso i più semplici momenti della vita quotidiana, sono alla base di questo nuovo format online, capace di divertire le più diverse qualità di pubblico grazie alla grande finestra virtuale che però, come ogni situation commedy che si rispetti, prevede ogni settimana un appuntamento fisso con il proprio pubblico. PC…Panelle e crocché è un nuovo genere di commedia, un prodotto web che nasce su internet, dove si nutre, cresce e si distribuisce. Location della sitcom sarà la più antica e rinomata friggitoria palermitana, l’Antica Focacceria San Francesco, che ha accolto con grandissimo entusiasmo l’innovazione di PC…Panelle e crocché: «La fusione tra la storia pluricentenaria della Focacceria San Francesco e l’innovazione tecnologica del web, della sitcom online, e della presa diretta è la parte più interessante di questo progetto. Sono sicuro che ognuno di noi ne trarrà grandi soddisfazioni – racconta un’entusiasta Fabio Conticello, titolare, insieme al fratello Vincenzo, della Focacceria San Francesco che, dal 1848, accoglie quotidianamente, nella storica sede di Piazza San Francesco, migliaia di clienti di ogni ceto ed etnia, accomunati dalla passione per il fast food tipicamente siciliano, dalle panelle alle crocchè, dallo sfincione al pane ca’ meusa.

«La friggitoria rappresenta l’essenza stessa della società palermitana – racconta Fabiana D’Urso, sceneggiatrice e regista della web sitcom PC…Panelle e Crocché, con un brillante passato alla Rai e Mediaset – un luogo fisico che racchiude, non soltanto i più tradizionali generi gastronomici, ma soprattutto le più svariate prelibatezze dell’umanità». Protagonista della storia, è la famiglia Schillaci, titolare dell’omonima friggitoria, una famiglia di panellari da generazioni, di sani principi e dalle idee conservatrici, attorno alla quale si muovono, con “la grazia e la discrezione” di ogni siciliano che si rispetti, una dozzina di quotidiani avventori, personaggi sapientemente caricaturizzati che, con le loro storie e i loro racconti, condiscono la comicità di questa divertentissima sitcom online. Ma sono la presa diretta e l’interattività con l’utente, le eccezionali novità di PC… Panelle e Crocchè, il primo esperimento, tutto siciliano, di sitcom online ad essere mandato in onda senza alcuna post produzione o registrazione. «Richiediamo agli attori professionalità, massima naturalezza e disponibilità all’eventuale improvvisazione. I tempi sono quelli del teatro – continua Fabiana D’Urso – Inoltre non ci sarà alcuna scenografia. Poche luci. Nessuna inquadratura di stampo televisivo. La telecamera cercherà di ricreare lo sguardo umano, affinché chi guarda la sitcom dal monitor del computer, possa sentirsi, insieme ai personaggi, all’interno della stessa Focacceria». Nonostante la naturalezza dell’audio e delle riprese, dunque, tutto è stato meticolosamente studiato dal primo all’ultimo ingrediente. Tutto è ormai pronto. E come quel pizzico di sale che su panelle e crocchè calde non può davvero mancare, la folcloristica ed elegante sigla di PC, con le tre bellezze dalle ugole raffinate Jerusa Barros, Giorgia Meli ed Eleonora Tomasino con gli arrangiamenti di Lino Costa, è già sul web, cliccando su Panellecrocche.it. Spicca così il volo, tra le mura della più antica friggitoria palermitana, la coraggiosa avventura di PC…Panelle e Crocché, che andrà in onda, puntuale e in mondovisione, su BlogSpot.it, livesicilia.it e panellecrocche.it, subito dopo pranzo, ogni martedì, immediatamente prima della pennichella pomeridiana per intenderci. Buon caffè e buona visione a tutti!!

Friday, February 5, 2010

Il mito si fa film

THIS IS IT

Se svegliarsi la mattina seguente la proiezione del film con il battito cardiaco travolto dall’emozione, l’energia dentro orecchie e il ritmo della musica nelle palle degli occhi, può essere indice di giudizio, allora sì, This is it è uno straordinario successo! Quello che si preannunciava come lo spettacolo più atteso del secolo: il grande ritorno di Michael Jackson in concerto, lo show che fans di tutto il mondo aspettavano dall’ultimo show del 1997, che avrebbe accolto più di 5.000.000 di spettatori, e per il quale erano stati spesi oltre 20 milioni di dollari, oggi si materializza, o meglio si smaterializza, nelle sale cinematografiche, in versione digitale. Medesima la regia (Kenny Ortega e Michael Jackson), stessa la musica (20 tra i più grandi successi), quasi completa la scenografia (mancava poco meno di un mese alla prima londinese dello spettacolo quando, il 25 giugno 2009, MJ è volato per sempre nella sua Isola che non c’è), uguali gli interpreti (12 ballerini, 7 musicisti, 4 coristi). Unica differenza: il This is it cinematografico non racconta lo stesso spettacolo che sarebbe poi andato sulla scena; svela invece il suo backstage, il dietro le quinte, una piccola briciola delle infinite ore di preparazione di quello che lo stesso Re del Pop aveva preannunciato come il suo ultimo spettacolo. E se le energie infuocate dei 12 eccellenti ballerini, selezionati duramente, sono da brivido, la scioltezza e la naturalezza nei movimenti di un MJ che pure cercava di risparmiare energie e voce, lasciano semplicemente a bocca aperta. Il suo stile è unico, la sua classe inclonabile, il suo talento soprannaturale. La fragilità della persona, l’ingenuità da bambino di 5 anni nascosta dietro una vita da star e la delicatezza di un essere impreparato alla malvagità del mondo umano, possono solo tradire la sua voce quando la musica è spenta. Ma sul palco Jackson, Michael Jackson è un vero super eroe. Un artista eccezionale. Un mito. Che nonostante la dote innata, però, non rinuncia a una professionalità maniacale, al lavoro durissimo, alla ricerca incessante della perfezione.

Non sappiamo se Michael Jackson avrebbe mai accettato la pubblicazione mondiale di un film documentario come This is it; ma se è vero che lui stesso viveva ogni esibizione come un regalo per il suo pubblico, come un gesto d’amore da condividere, come un debito per i suoi milioni di fans, allora sì, possiamo considerare questo film come l’ultimo vero grande dono della pop star più grande e discussa di tutti i tempi.

Thursday, January 21, 2010

Il Riccio


Il Riccio è una storia d’amore. Una delicata, contemporanea e drammatica fiaba d’amore che svela, attraverso la lucida e impeccabile analisi dell’undicenne Paloma, i più comuni malesseri della nostra umanità. La storia si svolge all’interno di un elegante palazzo della borghesia parigina, al numero 7 di Rue de Grenelle, che sembra racchiudere, accanto ai più banali meccanismi di relazioni interpersonali, imprevedibili e quanto mai affascinanti circostanze. Reneè è la portinaia dell’edificio, “vedova, bassa, brutta, grassottella” con i calli ai piedi e l’alito da mammut, senza alcun titolo di studio, e povera dal primo vagito. O almeno questo è ciò che la stessa protagonista è disposta a mostrare al mondo. Se non fosse che la Signora Michel, come la conoscono i condomini, nasconda invece, dietro i suoi grossolani e rudi modi, un’anima “terribilmente elegante”, oltre che una impressionante raffinatezza intellettuale. Ma se nessuno nel palazzo riesce a vedere più in là della boccia di vetro attraverso la quale, “proprio come pesci rossi”, la gente oggi si presenta al mondo, quel nascondiglio misterioso non può invece sfuggire all’intelligentissima Paloma, né tanto meno al nuovo condomino giapponese, Kakuro Ozu, l’unico che riesca a cogliere, tra le parole di Reneè, le continue e sottilissime citazioni dell’Anna Karenina di Tolstoj…

Tratto da L’Eleganza del riccio, grande successo editoriale di Muriel Barbery, il film Il Riccio presenta immediatamente il suo biglietto da visita francese: ambientazioni, colori, riprese non possono nascondere la scuola cinematografica d’oltralpe. Ma se la giovanissima regista, Mona Achache, è riuscita a ricorrere, senza far rumore, a qualche intuivo accorgimento narrativo, realizzando un film molto delicato e comunque sia fedele al libro, i brevi tempi cinematografici hanno dovuto necessariamente dimenticare molte delle deliziose descrizioni del testo originario, alcuni preziosi personaggi e non pochi riferimenti letterari, lasciando così però, a chi ha visto il film senza aver già letto L’Eleganza del riccio, molto ancora da scoprire nella sua meravigliosa lettura.