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Thursday, March 3, 2011

Aldo Filiberto, «obiettivo» siculo a Hollywood

Fotografo e regista, studia alla New York Film Academy



PALERMO - Vivere, a Los Angeles, sulla Hollywood Walk of Fame, la passeggiata delle celebrità. Raggiungere gli Universal Studios, per seguire lezioni di John Carpenter (regista di La cosa, Halloween, 1997: Fuga da New York), di Ron Howard (Apollo 13, A Beautiful Mind, Il Codice da Vinci) o di Buck Henry (sceneggiatore de Il Laureato). Passeggiare, all’interno dei sound stage hollywoodiani - hangar dentro i quali vengono costruiti i set - attraverso strade e quartieri di New York o Parigi fedelmente riprodotti. Fermarsi sul portico di un tipico saloon, in un set western, e respirare a pieni polmoni alcuni dei più importanti capitoli della storia del cinema. Sembrerebbe una di quelle vite da magazine e tv, una di quelle storie capaci di ricordarci la magnitudine di terra e mare che ci separa dalla California. Eppure questa è la quotidianità di Aldo Filiberto, giovanissimo fotografo e regista palermitano in giro per il mondo da quasi 10 anni. Dopo aver studiato fotografia nel Regno Unito e aver ritratto volti e paesaggi di tutt’Europa, nel 2001, grazie a una borsa di studio, è approdato negli States per un master in Film-making alla New York Film Academy di Los Angeles. E, mentre il suo ultimo cortometraggio, Redention, partecipa a festival di cinema indipendente di Usa ed Europa, The interviewer, il suo primissimo lungometraggio, è adesso in fase di pre-produzione.



Prima la fotografia, adesso il cinema. Scelta o pura casualità?
«La passione per la fotografia è nata dall’incontro inaspettato con un libro del fotogiornalista francese Henri Cartier-Bresson. Dopo aver letto il suo concetto “zen” della fotografia, come caccia al momento perfetto, ed essermi innamorato della poesia dei suoi scatti, ho preso la vecchia Olympus di mio padre e scattato le mie prime foto. Da allora non ho più smesso. Il passaggio al cinema, invece, credo rappresenti la perfetta sublimazione del mio amore per la fotografia. Cinema e fotografia parlano un linguaggio comune. Entrambe hanno il potere di trasformare la soggettività di una sola persona in un’emozione talmente forte e concreta da diventare oggettivamente condivisa. La fotografia lo fa attraverso l’uso delle immagini. Il cinema utilizza anche suono, musica e movimento, amplificandone il risultato in maniera eccezionale».



Cosa manca in Italia per vivere un’esperienza come quella che stai vivendo in California?«Credo che al cinema italiano manchi quell’elemento che rende il cinema americano vivo e sempre in evoluzione, che è la produzione indipendente. In Italia, la maggior parte dei film si basa su finanziamenti statali. Si tratta di produzioni a parecchi zeri con accordi di distribuzione già in piedi ancor prima che il film stesso sia stato girato. In questo modo, il numero di produzioni rimane inevitabilmente basso. Negli Stati Uniti, invece, il panorama del cinema auto-finanziato è molto interessante e sono tantissime le produzioni che nascono, vivono e fioriscono al di fuori del sistema degli Studios. Ci sono produttori che lavorano soltanto con film indipendenti, interi mercati di distribuzione per film indipendenti e sale cinematografiche che proiettano solo produzioni indipendenti. Tutto ciò permette a giovani film-maker senza grossi capitali di affacciarsi a un mercato cinematografico ugualmente vivo. Ed è proprio da questo bacino artistico che il cinema delle grosse case di produzione americane trae spesso idee o talenti. In Italia tutto questo non esiste.



Date queste premesse, è difficile immaginare un tuo rientro a Palermo… «Amo Palermo con tutti i suoi pregi e difetti e ne porto sempre un po’ con me, ma per il momento ho ancora bisogno di scoprire il mondo. C’è però un progetto che sto provando a realizzare insieme a un amico produttore e alcuni soci. Si tratta di un film ambientato Palermo: una produzione americana con cast e crew rigorosamente siciliani. Vediamo cosa succede...».

Pubblicato su corriere.it

Saturday, November 28, 2009

VINCENZO AMATO

Attore, artista, sognatore, palermitano a New York

New York, 11 maggio 2009, h 9:30
Sorridente e raggiante, in sella alla sua “due ruote a pedali” color giallo canarino, Vincenzo Amato, attore palermitano di successo internazionale, arriva puntuale nel suo studio di Norfolk Street, nel cuore del Lower East Side (LES) di Manhattan, dove, non appena libero dagli impegni cinematografici, si rifugia per coltivare la sua più grande passione, quella per la scultura.
Sì, perché, ancor prima di essere attore, Vincenzo Amato è soprattutto un appassionato artista. I suoi lavori sono stati esposti a New York, a Los Angeles, a Rio de Janeiro, al Cairo, a Roma, a Milano e a Palermo e, nel mese di novembre 2008, la Earl McGrath Gallery di New York ha ospitato la sua ultima personale.
Lavora con il ferro da quando ha 18 anni, Vincenzo, e, sebbene New York abbia rappresentato la chiave del successo sul grande schermo, grazie all’amicizia con il regista Emanuele Crialese, in realtà qui si trasferì, nel 1993, per lavorare come assistente del fabbro Norman Campbell. Da allora, non ha mai abbandonato quella che lui stesso ha sempre considerato la sua vera forma d’espressione e, non appena può, corre nel suo paradiso del LES.
Un grande atrio, realizzato con il più tipico dei brick wall newyorchesi, conduce ad una porticina di metallo sulla quale, a piccoli caratteri, si legge: Vincenzo Amato Studio. La porta si apre scricchiolando e un luogo incredibilmente affascinante sembra raccontare più di quanto non possano fare infinite parole.

Appena quattro gradini separano da quello che appare come uno scrigno prezioso, fatto di oggettini e attrezzi di lavoro, libri ed ellepi d’autore, vecchie fotografie, disegni e vasetti di vernice. L’edificio, che ospita il lavoro di Vincenzo da più di 15 anni, alla fine degli anni ‘60 era una vecchia scuola elementare, poi rimasta abbandonata per oltre 20 anni; lo studio sorge proprio nei vecchi bagni femminili di quella scuola. Si vedono ancora le basi dei piccoli sanitari e i lavandini formato Lilliput e le pareti sono interamente rivestite di mattonelle color giallo ocra. Sembra quasi di sentire in lontananza le voci allegre e squillanti delle bambine nell’ora della ricreazione, ma non solo. L’intero ambiente è ancora vivo e brulicante d’energia, di oggi come di ieri.
Alle pareti, alcuni personaggi dell“L’Iliade moderna”, un teatrino di marionette di ferro, tra i primi lavori di Vincenzo e da lui stesso inscenato, sembrano urlare e duellare animatamente; qua e là, sensuali, le piccole ma imponenti sculture in ferro laccato, nelle cui forme e colori brillanti riprendono vita l’opera di Jean Arp e alcuni degli Stabiles di Calder, appaiono tutt’altro che inanimate; gli attrezzi rurali, disseminati per tutta la stanza, richiamano le ricerche concettuali di Martin Puryear e i soggetti dei bassorilievi, in legno compensato, sembrano seguire con lo sguardo ogni minimo movimento.

Artista contemporaneo ma in un certo senso anacronistico, Vincenzo Amato è estraneo a quella prostituzione dell’arte contemporanea che inibisce la libertà d’espressione, è libero dalle ansie iperproduttive che rendono schiavi tanti colleghi e sconosce pure quella ricerca dell’eccesso ad ogni costo che affolla le gallerie più sperimentali. Il dialogo tra vita e abbandono attraversa invece ogni istante della sua creazione e, Vincenzo, sente l’urgenza di riportare in vita tutto ciò che di abbandonato e decadente trovi per strada. La sua produzione artistica è feconda quanto più lo sono i suoi ritrovamenti. “Fino ad alcuni anni fa lavoravo esclusivamente il ferro, per le strade di NY si trovavano lamiere di qualsiasi dimensione e forma” racconta l’artista “Adesso il ferro è diventato troppo caro. Per strada non se ne trova più e il legno compensato ha preso il suo posto.” E continua “A volte, mentre passeggio per New York, mi capita di sentire un forte richiamo. Mi giro e riconosco quella che sarà la mia prossima opera. A me non resta che raccoglierla e ospitarla nel mio studio. Quello che succede dopo non saprei spiegarlo.”

Vincenzo Amato nasce a Palermo nel 1966. A 18 anni parte per Roma in vespa e, nel 1993, con tanti sogni e una vecchia valigia del padre, alla scoperta del “Nuovomondo”. A New York incontra il regista Emanuele Crialese, suo vicino di casa, e, insieme a lui, ha inizio quell’avventura cinematografica che lo porterà al grande successo internazionale. Tra le interpretazioni più brillanti, lo ricordiamo nei panni di Pietro, protagonista del film “Respiro” (2002) di Emanuele Crialese. Nel 2006 ci ha affascinato nella parte di Salvatore Mancuso in “Nuovomondo” (Leone d’Argento Rivelazione, 2006) dello stesso Crialese e lo scorso ottobre 2008 ha catturato il pubblico del piccolo schermo, interpretando egregiamente Albert Einstein nel Movie TV di Liliana Cavani “Einstein”.

Sunday, February 15, 2009

Delivery-freak

...la mania della consegna a domicilio!

Giapponese o messicano, libanese o vietnamita? Mmm…oggi ho piuttosto voglia di cucina creola!
Perché programmare pranzo e cena in anticipo, fare la fila al supermercato, affrontare freddo e neve o accontentarsi della solita minestra, quando basta alzare la cornetta, o meglio afferrare l’I-phone e ordinare uno tra gli infiniti piatti tipici del mondo che più stuzzica l’acquolina dell’istante? In men che non si dica un baldo giovane arriverà a casa, in ufficio o dovunque ci si trovi con l’oggetto dei desideri bell’e pronto su un vassoio.
A NY la parola d’ordine è DELIVERY!
Certo il delivery service non è una novità negli Stati Uniti, e neanche più in Italia dove è ormai moda in città come Roma o Milano; ma negli Stati Uniti la consegna a domicilio è diventata una vera e propria mania. Inutile quindi opporsi, cercando di andare contro corrente, anche il più rigoroso tradizionalista avrà difficoltà a resistere.
Musica, teatro, cinema, eventi, gallerie d’arte, New York è un vortice di novità, appuntamenti ed opportunità cui non è facile poter rinunciare; ma come riuscire ad incastrare tutto ciò nell’arco di 24 ore, quando più di un terzo del tempo lo si passa al lavoro? Ci si arrangia per come si può risparmiando fino all’ultimo secondo: c’è chi studia in metropolitana, c’è chi porta a passeggio il cane facendo jogging, c’è chi dorme 4/5 ore a notte e, taglia di qui taglia lì, a lavoro non c’è neppure tempo per la pausa pranzo! E quando quel certo languorino comincia a farsi sentire, che si fa? Food-delivery eccoti qua!

A NewYork non c’è ufficio, appartamento e posto di lavoro che si rispetti che non garantisca una selezione infinita di menu di bar, ristoranti e fast food per ogni età, gusto ed etnia, da contattare ad ogni ora del giorno e della notte per ordinare una delle incredibili specialità della casa: Yuca frita, Papa rellena e tostones da Cafè Havana, Toro-Tzukeyaky e Yasai-Itame dal giapponese Tomoe o ancora Arepas dal localino venezuelano dell’east village. Basta solo accontentarsi di quel minuscolo spazio vitale tra lo schermo e la tastiera del computer per pranzare sulla propria scrivania tra una email e l’altra ed il gioco è fatto!
Ma non è finita qui. Selezione illimitata si, ma mica solo in termini di menù. I newyokesi risparmieranno pure in tempo, ma la loro stravaganza non ha davvero limiti ed ecco allora il Delivery Service per ogni tipo di esigenza.
Per studenti e lavoratori notturni c’è “Insomnia cookies service” che dalle 20 alle 2.30 del mattino consegna biscottini appena sfornati per addolcire il lavoro e favorire il riposo. Per i cultori della linea c’è poi“The slimdown” che ti consegna direttamente a casa la dieta studiata apposta per te. E per chi proprio non ha un briciolo di tempo a disposizione c’è persino chi ti consegna a domicilio tutto quello che vuoi. Hai una voglia matta di mango, hai dimenticato di comprare il rasoio e di ritirare le camicie in tintoria? No problem, arriva”Max Delivery”!
Certo la consegna a domicilio ha un suo costo aggiuntivo e poi c’è la sacra mancia che non manca mai, ma che importa in fondo il tempo è denaro, no? Tu lavori, guadagni e con quei soldi paghi ad altri quello che poresti fare tu se non lavorassi tanto, logico no? Siamo in tempo di crisi…Almeno cosi lavorate in due.

Tuesday, June 10, 2008

OFFIcoffee…una moda firmata New York!


Viaggiare, conoscere, sfidare la propria natura d’animale sociale, di siciliana avvinghiata a mamma orsa ed allontanarsi da tutto e tutti per cominciare un nuovo capitolo in terra straniera. E’ sempre stato il mio sogno e oggi, ventiquattrenne, camminando a passo svelto lungo le vie della mia vita, ora sfrecciando ora inciampando e rallentando, mi fermo, mi volto su me stessa e vedo alle mie spalle, come dita di una mano calda e familiare, cinque nidi che mi hanno protetto e sostenuto, cinque case che mi hanno ospitato ed insegnato a conoscere le due facce della libertà, dolcezze e amarezze dell’indipendenza. Palermo, Roma, Barcellona, Milano ed infine New York, cinque diverse, diversissime realtà ed uno stesso, identico processo d’appropriazione che da turista e straniera ti fa pian piano sentire a casa. In realtà è proprio tale processo ad affascinarmi maggiormente e a spingermi ogni volta ad una nuova meta. La novità, infatti, aguzza la vista e permette di cogliere dettagli e aspetti altrimenti inaccessibili a chi già permeato in un sistema.
Con gli occhi ancora per poco luccicanti di turista/cittadina precaria ricerco nella quotidianità di New York mode e stili di vita, quasi ormai banali per chi la vive giorno dopo giorno, ma incredibilmente affascinanti per chi la osserva con sguardo straniero.
Ecco dunque che fra tante, tantissime tendenze newyorchesi il mio occhio scrutatore individua gli OffiCoffee (Office Coffee>Cafè Ufficio). Ai freelance, ai lavoratori nomadi, alla miriade di scrittori, artisti, designer e liberi professionisti che prediligono il lavoro fuori casa e che non possono permettersi il prezioso affitto di un ufficio, la mente creativa di New York ha regalato dei cafè/librerie di nuova generazione, gli OffiCoffee appunto: luoghi discreti, silenziosi e accoglienti che, offrendo gratuitamente connessione internet a banda larga, permettono ai propri clienti di lavorare con il proprio laptop e al tempo stesso di usufruire di una ricchissima selezione di libri e riviste da acquistare o consultare semplicemente, tentati di tanto in tanto ad interrompere la concentrazione raggiunta con un caffè, un cupcake (dolce tipico, simile ad un plumcake monoporzione, ricoperto in superficie di crema di zucchero e amido), un sandwich o una sfiziosa insalata e perché no a scambiare due chiacchiere con i sempre sorridenti impiegati o con il vicino di sedia. I quartieri Bohemien di NY: Greenwich Village, Soho, Noho, Nolita, East Village, Lower East Side sono ormai disseminati di OffiCoffee (Epistrophy, Soy Luck Club, ThinkCoffee, Doma, Grounded, etc.) ma tra tutti, uno in particolare merita una più degna attenzione: McNally Robinson.
Ricordo ancora la mia illuminazione quando, passeggiando per il quartiere Nolita a pochi giorni dal mio arrivo a NY, estasiata dalle coloratissime vetrine delle boutique di Prince Street e dall’eccentrico abbigliamento dei giovani per le strade, mi sono imbattuta per la prima volta in McNally Robinson. Rimasi di stucco dinanzi alle vetrine di quella libreria, e osservandone l’interno me ne innamorai perdutamente: tanti piccoli tavolinetti circolari sormontati da altrettanti micro-computer occupavano la sala e, piegati su di essi e concentrati sul proprio lavoro, figure longilinee e stravagantemente eleganti animavano il locale. Nonostante la sala fosse piena di gente, quell’ambiente trasmetteva un senso di quiete che mi spinse ad entrare. Il profumo di caffé e pane tostato inebriarono la mia mente. Era un cafè, un cafè dentro una libreria e sembrava essere incredibilmente popolare! Chi sfogliava delle riviste su un grande tavolo in legno e chi scriveva rapidamente sulla tastiera del proprio computer, chi assaporava un cappuccino e chi scambiava due chiacchiere con un amico con tono di voce però assolutamente rispettoso del lavoro altrui. Un impiegato sorridente mi venne presto incontro intuendo che fossi nuova da quelle parti e mi informò sul programma di eventi offerti gratuitamente ogni giorno alle 7pm: letture, incontri con gli autori dei libri in vendita, workshop di scrittura creativa offerti gratuitamente; il cafè e la libreria restavano aperti lunedì-domenica, 10am-10pm; gratuita la consultazione dei libri e delle riviste, così come la connessione ad internet…Mi sembrò il Paese dei Balocchi della cultura!!
Da allora cominciai a frequentare McNally Robinson ogni qualvolta avessi del tempo libero, assistendo ai seminari e alle letture, sfogliando libri e riviste e, diventando da lì a poco io stessa una freelance in giro per NY con il mio macbook, feci presto di quel “magico” luogo una seconda casa. Dico “magico” perché in effetti una strana, “magica” energia popola McNally Robinson: una energia centrifuga che attrae in maniera inesorabile chi la assapora, una energia che ha ispirato la creazione di sceneggiature e libri destinati a grande successo, una energia che lega vite apparentemente lontane e le intreccia sotto forma di incontri inaspettati e coincidenze, talmente improbabili e surreali da suggerire a volte lo zampino di una mano tutt’altro che ingenua…

Sunday, April 6, 2008

Pianeta New York:

Una settimana lunga un mese




È un freddo lunedì di marzo e New York si è svegliata avvolta da un soffice manto bianco. Seduta, all’interno di un vagone della metropolitana, che da downtown mi porterà nell’Upper East Side, dove lavoro, mi guardo attorno, sorpresa da tanto silenzio e mi ritrovo circondata e riscaldata da una folla calma ed ordinata. Improvvisamente sento il mio sguardo levarsi dal mio corpo per osservare la scena dall’alto. Incredula ma divertita da tale assurdità, vedo me stessa seduta in quel vagone della metro, tra centinaia di persone; ognuno di noi, immobile, impassibile in uno di quei rarissimi momenti di pausa e riflessione che la città ci concede. Divertendomi ad immaginare il prossimo breve futuro di ogni singolo compagno di viaggio, vedo operai avvolti in pesanti giacche a vento, pronti a lavorare all’aperto in mezzo alla neve, nei cantieri di una città che cresce e cambia a vista d’occhio, vedo businessmen elegantemente vestiti in vista di un importante appuntamento di lavoro, designer alla ricerca di nuove idee, banchieri, avvocati, artisti, musicisti, studenti, sognatori, ognuno così impaziente di riprendere la propria corsa competitiva in una NY che tanto palesemente offre quanto tacitamente ruba alla nostra natura umana. Il mio sguardo curioso e scrutatore s’imbatte poi nella mia figura. È così strano vedermi dall’alto. Non riesco a percepire il mio pensiero, ma dalla mia pelle traspira sana trepidazione, e d’improvviso mi sobbalza in mente la mia meta della giornata: il Whitney Museum of American Art, dove lavoro da quasi 3 mesi.

All’improvviso la voce elettronica dell’auto parlante, annunciando la fermata “77th street”, mi desta dai miei pensieri e, ancor prima di rendermene conto, mi ritrovo catapultata sulla 74° strada. Mi faccio spazio tra la folla e corro verso la mia meta. Sento il mio sguardo sollevarsi ancora una volta dal mio corpo, in alto sempre più in alto. Davanti ai miei occhi gli interni dei lussuosi appartamenti di Park Avenue e poi ancora più in alto fino a veder le cime dei grattacieli. Seguo la mia figura cercando di non perderla d’occhio, ma il colore dei miei capelli e i miei abiti perdono chiarezza di dettaglio, e finisco per disperdere la mia sagoma in quella folla disordinata di formichine impazzite all’uscita del formicaio, ognuna con il suo obiettivo quotidiano, ognuna con la sua intricata rete d’appuntamenti, relazioni, orari, impegni. Corrono e si affannano, frenetiche. Sembra davvero che la gente a New York cammini e si muova più velocemente che nel resto del mondo, sembra che addirittura parli, mangi, scriva e pensi più velocemente. Tutto è relativo, il mio buon padre docet, mai come adesso gli do ragione. Tutto è davvero relativo, e NY sembra avere una dimensione temporale a parte. Credo che una settimana newyorchese corrisponda almeno a 3/4 settimane vissute nella nostra frenetica Milano e a circa 2 mesi della più rilassata Palermo. Le 24 ore di una giornata non sono davvero sufficienti per vivere “a velocità universale” tutto ciò che la Grande Mela offre e così si è costretti ad accelerare il ritmo delle proprie azioni a tal punto da dilatare il tempo in cui le si vive e le giornate durano settimane e le settimane durano mesi…

Personalmente, nell’arco di una sola settimana, le poche briciole d’impegni ripetuti quotidianamente (il lavoro al Whitney Museum, quello di babysitter, le lezioni di danza), sono prontamente spazzate via da una quantità sorprendente di mani strette, di nomi, di stimoli, d’occasioni desiderate o assolutamente inaspettate: partecipare all’esclusivissimo vernissage della Biennale d’Arte Contemporanea del Whitney Museum of American Art tra artisti, galleristi, collezionisti, critici d’arte tra i più rispettati al mondo e conoscere il grande artista Jonh Baldessari in persona; ricevere un invito a cena da “Cipriani”, uno dei ristoranti italiani più rinomati della città e, delusioni gastronomiche a parte, aver la fortuna di ritrovarmi davanti Tony Bennett in persona che ad intonar “For once in my life”; assistere alle riprese di un video d’arte all’interno di un modernissimo, quasi fantascientifico, loft di Soho, tra registi, cameraman, make-up artists e ballerini di fama internazionale e poi raggiungere gli amici squattrinati in un economico localino di Brooklyn per assistere al concerto dell’amico musicista messicano, Rana Santarcuz; adempiere ai doveri d’alunna-insegnante in una lezione bilaterale Italiano-Giapponese con l’amica Hiromi e poi acquistare un biglietto per il concerto di Aretha Franklyn; raggiungere degli amici italiani nel ristorantino di loro proprietà nel cuore di Nolita (Nord di Little Italy) e, bevendo un ottimo Sirah, sentirmi a casa e…

“The next stop is Bleecker street”! La voce elettronica della metropolitana mi risveglia ancora una volta dal mio fantasticare e mi riporta sul Pianeta NY. È la mia fermata, sono arrivata a casa. È domenica sera, un’altra settimana lunga più di un mese si è appena conclusa…chissà cosa mi riserverà la prossima…del resto come diceva qualcuno “Domani è un altro giorno e si vedrà…”

Sunday, November 18, 2007

New York: artificio o realtà?




Passeggio per le strade di New York, accompagnata dalla musica Jazz del mio Ipod (come vivere a NY senza possederne uno?), il vento gelido e tagliente aggredisce la mia pelle ma un sole caldo e brillante la ammorbidisce nuovamente, ed ecco che New York si manifesta ancora una volta nella sua intrinseca contraddizione. “NY” infatti, secondo il mio modo di leggere la città e le dinamiche che la contraddistinguono, rappresenta l’acronimo di NoYes (NoSi), “Betta cuntrariusa” la chiamerebbe piuttosto la mia nonna siciliana: tutto e il contrario di tutto, paradosso per definizione.
L’estrema socialità della gente che popola la Grande Mela, gente per lo più senza forti legami con questa terra, gente che vive Manhattan assorbendone e rilasciandole linfa vitale in un equo scambio di energie, si scontra con l’invisibilità del singolo individuo, solo tra la folla, solo tra le urla, solo tra i sorrisi; l’estrema apertura mentale di una città abituata e pronta a tutto, ad estremismi e rivoluzioni, si scontra col bigottismo ed il puritanesimo di stampo americano; la capacità di mediazione, la cordialità ed il rispetto per il prossimo così largamente manifestati negli ambienti lavorativi, nei cafè e nei locali pubblici si scontrano con la sorprendente maleducazione in alcuni ambienti familiari e con una irrimediabile resa al peccato di gola e all’ingordigia; l’estremo ed il paradossale si alternano e si combinano, si fondono e si amalgamano in un irresistibile e delizioso ripieno, farcitura per il più tradizionale dei tacchini della Festa del Ringraziamento, dando così vita alla città più spettacolare del mondo.
Nella quotidianità di una New York mai banale o lontanamente ripetitiva, vivo la continua sensazione di esser parte di un film, colossal americano o puntate di telefilm, scene già viste sul piccolo schermo, immagini così lontane dal quotidiano europeo che qui a New York prendono vita ed un ghigno di compiacimento e di curiosità colonizza il mio volto, perché questo è l’aspetto che di New York mi affascina maggiormente. Inaspettatamente mi trovo a “Colazione da Tiffany”, a pranzo con i personaggi di “Sex and The City”, ospite per il Giorno del Ringraziamento a casa dei personaggi di “Seven Heven” e a cena tra i personaggi di “Mamma ho perso l’aereo”, mi ritrovo sotto lo stesso tetto con i “Simpson”, mi riconosco nei colloqui di lavoro di Andy (Anne Hathaway) ne “Il diavolo Veste Prada”, mi trovo a parlare con un verosimile Willy de “Il principe di Belair” e faccio la spesa con “Il Professore Matto” in un supermercato nell’East Village di Manhattan…Trovandomi alcuni giorni fa ospite a casa di “amici di amici di amici di amici”, in un appartamento da sogno nel cuore di Tribeca, quartiere chic della downtown di Manhattan, tra opere d’arte e lussuoso arredamento, ho creduto davvero di trovarmi dentro uno di quei film per bambini dove la babysitter si trova legata ad una sedia e i diabolici bambini prendono il potere, distruggendo una casa intera. Quattro bambini apparentemente “normali”, rappresentavano il cast e la regia di quella surreale situazione: criceti liberi di correre per casa, pittura arancione dappertutto, urla, grida, competizioni di skateboard in salotto, candies, dolci e bucce di banana sul prezioso pavimento… il tutto artificio di quei quattro “innocui” diavoletti.
Immediatamente mi è venuta in mente la famiglia Simpson, popolarissimo cartone animato statunitense creato dal fumettista americano Matt Groening negli anni ottanta per la Fox Broadcasting Company. Seguendo le vicende dei Simpson, famigerata famiglia di Springfield, con il piccolo Bart che, con la sua sfacciata ironia e sfrontata impertinenza, ne combina di tutti i colori o ricordando la figura di Homer, improbabile padre di famiglia, incapace, ingordo, fannullone e pessimo esempio d’educazione per i suoi figli, credevo fosse frutto di una fantomatica esagerazione, esercizio di stile degli autori e parodia della quotidianità dell’americano medio. Nessuna fantascienza invece, I Simpson esistono davvero, anche nell’altolocato quartiere di Tribeca.
Seguendo serial Tv e Film americani, infatti, comodamente appollaiati davanti alla televisione in un salotto dell’anziana Europa d’oltreoceano, si ha come l’impressione che tutto ciò che scorre davanti ai propri occhi non sia altro che finzione, fiction per definizione, sogno americano e consumismo estremo, ma in realtà non è finzione e qui tutto prende vita. New York è autentica, viva e respira nel cuore di Central Park, sbuffa dai camini sui tetti e dai tombini lungo le strade, urla con i suoi camion ed i lavori in corso 24 ore su 24, si commuove e piange nelle piogge inaspettate, gioca con il vento, si dispera nella criminalità e negli atti di razzismo. Scorre sangue caldo nelle vene della metropolitana di New York e la città non si addormenta mai!