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Thursday, March 3, 2011

Petrella torna con Tubolibre/Slaves

«Brani delle cover blues degli anni '30»



Gianluca Petrella, parliamo anzitutto dell’uscita del suo prossimo disco…
«È un progetto al quale tengo molto, si chiama Tubolibre/Slaves ed è prodotto dalla Spacebone, la casa discografica che ho voluto creare nel 2009; ne prevediamo l’uscita per fine Novembre. Tubolibre, in particolare, è il quartetto che ho formato nel 2008 insieme a tre musicisti straordinari: Gabrio Baldacci alla chitarra elettrica, Cristiano Calcagnile alla batteria e Mauro Ottolini al susafono (variante più leggera e trasportabile del basso tuba, spesso utilizzato per le bande). Io suonerò invece il Fender Rhodes, oltre al trombone ovviamente».
Che genere di musica ascolteremo in Tubolibre/Slaves?
«Cover di Blues degli anni '30, improvvisazioni, e alcuni brani inediti. Nonostante Tubolibre evochi probabilmente allegria e leggerezza, in realtà si tratta di un disco molto profondo e malinconico; una dura riflessione su ciò che di assurdo sta succedendo nella nostra società. Il titolo stesso, Slaves (schiavi), vuole raccontare tutti i tipi di schiavismo che attanagliano la nostra quotidianità: la schiavitù tecnologica, la schiavitù del denaro, quella del potere».
Un nuovo Petrella.
«Più che nuovo, direi che mi sentirete in una nuova veste. Non incido tantissimi dischi, ne faccio uno per anno e ogni nuovo disco rappresenta in un certo senso una nuova parte di me. Mi piace mettermi in discussione, giocare con sempre nuovi linguaggi. Ogni esperienza, ogni viaggio, ogni incontro, ogni pensiero influenzano ciò che creo, volta dopo volta. Sarebbe impossibile creare sempre la stessa musica».
Sebbene abbia solo 35 anni, suona il trombone da più 25 anni ormai. Più che uno strumento ormai una specie di terzo braccio. Come mai proprio il trombone?
«In effetti, non si tratta di semplice casualità. Il trombone me lo sono trovato in casa; mio padre è trombonista anche lui. Sarebbe difficile per un bambino di 10 anni scegliere uno strumento del genere. Io ho cominciato a suonare il trombone nell’85 accompagnando matrimoni e cerimonie funebri con la banda del paese. E di certo il fatto di suonare marce funebri ha influenzato moltissimo la mia formazione musicale. Poi mi sono lasciato travolgere invece dall’Happy jazz, suonando in piccole orchestre da ballo. A 20 anni, poi, ho lasciato Bari per Francoforte sul Meno e a 21 sono tornato in Italia dove ho cominciato a collaborare con Enrico Rava».
Basta guardarvi insieme in un concerto per poter cogliere il vostro grande affiatamento
«Suoniamo insieme da 15 anni, ormai ci conosciamo davvero benissimo. Tromba e trombone diventano uno strumento solo quando suoniamo insieme. Lui è stato un grandissimo maestro per me. Mi ha aperto molte porte, sia da un punto di vista culturale, che professionale. Sono cresciuto con lui, mi ha portato in tournee in giro per il mondo. Devo tantissimo a Enrico Rava; è un onore per me continuare a lavorare insieme».
Nei primi anni della sua formazione, invece, chi è stato il suo più grande riferimento musicale?
«Quando ho cominciato a suonare, studiando in conservatorio, i miei miti erano un po’ i miti di tutti. Posso dire di essere cresciuto a pane e J. J. Johnson, grandissimo trombonista. E poi ovviamente Ornett Coleman, Archie Shepp, Heret Dolphin. Negli ultimi 5/10 anni invece ho cominciato a trovare ispirazione in qualsiasi genere musicale, dal grande Giacinto Scelsi al rapper Snoop Dogg, e poi nella musica elettronica, nell’heavy metal. Direi in tutti i suoni in generale. Ma non parlatemi del Pop italiano. Quello no. Non sopporto quei personaggi che magari non capiscono un granché di musica e si divertono a gonfiare alcuni nomi, spacciandoli per i geni del terzo millennio».
Una polpetta difficile da digerire per uno come lei che ha studiato profondamente la musica
«Non ne faccio una questione di studio o di conoscenze; non è un problema di competenze musicali. Per me tutto è musica. Dalla musica d’orchestra a quella suonata dentro un garage. La musica è un bene comune. Quello che non sopporto è la presunzione di chi finge di capirne, speculando poi su alcuni artistelli. Non faccio nomi».
E la Computer Music invece?
«Una rovina. Sebbene io lavori spessissimo con il computer e mi piaccia molto l’elettronica, non riesco a considerare musica l’atto di comprare un computer, montarlo in cucina tra frigorifero e lavastoviglie, scaricare dei pezzi sonori e montarli insieme».
Su Youtube c’è un video in cui suona sommerso dall’acqua di una piscina. Le piacciono questo tipo di sperimentazioni?
«Ti riferisci al Festival Time In Jazz 2009. Quell’anno il tema del Festival era proprio l’acqua. E così, con Paolo Fresu, abbiamo pensato di giocare con l’acqua in maniera più fisica che teorica. E mi sono immerso in piscina; è stato divertente. Altre sperimentazioni… ho suonato a 2400 metri di altitudine, in montagna. E poi al buio, sotto la pioggia, per strada… Ogni volta è una nuova sensazione».
Guardandola suonare, sembra vada quasi in un’altra dimensione. Cosa c’è dentro la sua testa in quei momenti?
«In realtà quelli sono momenti di altissima concentrazione. Pensi alla musica, pensi ai suoni, pensi alle note che stai per comporre. Se vuoi creare ogni volta qualcosa di nuovo, qualcosa di inedito, come pretendo di fare io, devi liberare la mente da tutto il resto».

Pubblicato sul corriere.it

Sunday, June 13, 2010

Taormina Film Festival

Deborah Young si racconta

Nella cittadina sicula di Taormina, lungo vicoli intrecciati e salite nascoste, chiese preziose e piazze che sembrano dipinte a mano, tra granite di mandorla e caffé, limone e gelsi neri, ceramiche e boutique di alta moda, si è appena concluso il più atteso appuntamento cinematografico dell’estate, il Taormina Film Fest, giunto quest’anno alla sua 56ª edizione. Dall’alba al tramonto, il Palazzo dei Congressi dell’antica Tauromenion ha intrattenuto cinefili e giornalisti da ogni parte del mondo, con lezioni di cinema, dibattiti, proiezioni di film e ospiti di prestigio. All’imbrunire, poi, il Teatro Antico, affacciato sul mare e sul maestoso Etna, ha premiato alcune tra le personalità più influenti del panorama cinematografico nazionale e internazionale e, indossando gli abiti di cinema a cielo aperto tra i più suggestivi al mondo, ha offerto al grande pubblico una discreta selezione di film in anteprima mondiale. Ad arricchire la kermesse non sono mancate neppure polemiche istituzionali, intoppi diplomatici e piccole rivoluzioni del palinsesto, ma la macchina organizzativa, fatta di giovani dalle inesauribili risorse, è andata avanti senza palesi interruzioni. L’energia umana ha avuto la meglio contro una burocrazia macchinosa e a volte poco intelligente.
Ma la vera paladina di questa 8 giorni di pane e cinema per palati esigenti è una donna gentile e sorridente, anche nei momenti di maggiore tensione, un critico cinematografico di origini statunitensi che vive in Italia da oltre 30 anni e ancora oggi ne è perdutamente innamorata. E’ Deborah Young, direttore delle ultime quattro edizioni del Taormina Film Fest. E, tra un pranzo con Robert De Niro e una conferenza stampa accanto a Emir Kusturica, siamo riusciti a incontrarla facendoci raccontare di se e della sua Taormina.
Dopo mesi di lavoro e di programmazione, il 56° Film Festival di Taormina ha finalmente preso corpo. Lei che ne ha curato ogni minimo aspetto, può dirsi soddisfatta del risultato?
Un Festival è sempre una sorpresa, fino all’ultimo momento non si sa quello che succederà. Decide il destino. C’è chi promette di venire e poi disdice, oppure può esserci qualche conferma inaspettata dell’ultimo minuto, possono verificarsi dei problemi con alcune proiezioni e infiniti contrattempi. Ma nonostante questo, il 56° Festival è stato una favola, un vero sogno. Abbiamo ospitato un entusiasta Robert De Niro dopo due anni di trattative; Colin Firth è riuscito a trovare un giorno tra mille impegni per poterci raggiungere; Emir Kusturica è rimasto tutta la settimana. E poi Dario Argento, Jafar Panahi, Isabel Coixet, Francesco Alliata, Maria Grazia Cucinotto, Cristiana Capotondi, Francesco Scianna, Ambra Angiolini, Nicoletta Romanoff, Margaret Madè, Diane Fleri, Giorgio Pasotti, Ficarra e Picone, e ancora lo stilista Valentino Garavani per il premio Città di Taormina, Totò Schillaci per il premio Cinema e Sport. Non posso dire che il 56° Festival sia stato esattamente come lo avevo immaginato, è stato meglio!
Il Festival in quanto tale rappresenta un momento di incontro e confronto tra produttori, registi e attori, cosa difficile da ripetere durante il resto dell’anno. E’ come se questo tipo di connessioni, specialmente in Italia, fossero atrofizzate e spesso possibili solo attraverso scorciatoie e raccomandazioni. Perché?
Credo che oggi tutti i mestieri vivano un po’ la stessa situazione. Mi chiedo se nel mondo della moda non avvenga lo stesso. Adesso però mi viene in mente Totò Schillaci, con cui ho appena parlato, e forse almeno nel mondo dello sport il talento e la capacità fisica di un atleta è ciò che conta veramente. Però ho notato che anche qui in Italia tutti quei giovani che hanno davvero voglia di sfondare e che lavorano duro per raggiungere i propri obiettivi, alla fine poi ci riescono. Credo dipenda da ogni singolo individuo. Questo dimostra che sforzo e costanza sono le chiavi del successo, non le raccomandazioni.
Ogni edizione del Taormina Film Festival prevede un ospite d’eccezione. Quest’anno è stata invitata la Spagna. E’ stata una scelta mirata?
Negli ultimi quattro anni, da quando sono direttore artistico di questo Festival, abbiamo deciso di fare di Taormina il centro della cultura del Mediterraneo. Ogni anno un paese del Mediterraneo viene scelto come ospite d’onore, in modo da poterne sottolineare le novità cinematografiche. Negli anni passati abbiamo celebrato l’Egitto, la Turchia e la Francia. Quest’anno la Spagna si presentava con molti film particolarmente interessanti, nuovi e moderni, che dimostrano come un paese che per altri versi somiglia moltissimo all’Italia, possa essere capace di generare una produzione incredibilmente contemporanea. Per questo abbiamo chiesto al critico cinematografico Nuria Vidal di fare la selezione dei film spagnoli ed è stato un grande successo.
Anche il Brasile è presente con moltissimi film, possiamo dire che sia un secondo ospite d’onore?
In effetti il Brasile, senza formalizzarsi, è diventato per così dire il nostro fidanzato. E’ il secondo anno che la Camera di Commercio Italo-Brasiliana porta a Taormina il meglio del cinema brasiliano, ma la selezione di quest’anno è stata decisamente superiore a quella dell’anno scorso, quando avevamo dovuto dividere i titoli con il Festival di Roma. Quest’anno invece abbiamo potuto selezionare la Creme de la Creme del Brasile, e non soltanto per quello che riguarda la sua produzione cinematografica. Quest’anno infatti abbiamo anche goduto di un ospite eccezionale come Adriana Calcanhotto, tra i massimi esponenti della Bossa Nova, che il 17 giugno ha affascinato il pubblico del Teatro Antico con uno grande concerto.
Lei che è nata negli Stati Uniti, patria del cinema hollywoodiano, come mai ha scelto di vivere in Italia? E cosa l’ha portata in Sicilia?
Penso sia stato il destino a portarmi in Italia. Sono stata sempre molto affascinata dall’Italia e dalla sua produzione cinematografica del secondo dopoguerra. Sono arrivata in Italia dopo la mia laurea per stare un anno soltanto, ma poi ho avuto l’opportunità di scrivere qui la Tesi e di trovare lavoro presso Variety. Così sono diventata critico cinematografico, scoprendo poi il mondo dei Festival. Ho lavorato al Festival di Venezia con Felice Laudadio ed è stato proprio lui a portarmi a Taormina. E’ stato un passaggio del tutto naturale. Oggi posso ritenermi davvero molto fortunata. Adoro la Sicilia e non c’è nulla che mi faccia più felice che lavorare qui.
Sebbene Taormina non rappresenti esattamente l’esempio più verace della Sicilia…
Personalmente credo che Taormina sia il centro della Sicilia, e non un posto esclusivamente per turisti come dicono in molti. La vedo più come una sorta di porta per dare il benvenuto agli stranieri e permettergli di conoscere e apprezzare la cultura siciliana. Soprattutto durante il Taormina Film Fest. Da qui molti dei nostri ospiti partono per visitare il resto dell’isola e mi capita spesso di consigliare loro luoghi sperduti che adoro. Credo questo sia un ottimo modo per rendere accessibile una delle regioni più affascinanti d’Italia.
Tornando al Cinema, come vede lei il Cinema italiano contemporaneo?
Il Cinema italiano è sempre stato la mia passione. Sono specializzata in Cinema Italiano e la mia Tesi di Laurea trattava proprio il cinema politico italiano degli anni ’70 e ’80. Posso dire però che negli ultimi anni lo trovo piuttosto deludente. E non mi riferisco a esempi clamorosi come Gomorra o Il Divo che sono bellissimi film, ma all’industria cinematografica in se stessa, che ritengo molto addomesticata, televisiva e molto meno graffiante del cinema spagnolo ad esempio, al quale somiglia. Mi piacerebbe che i registi italiani più incisivi avessero maggiori possibilità di girare film. Almeno un film all’anno e non uno ogni tre o quattro anni.
Qual è dunque il problema della cultura italiana. Perché non riusciamo a essere innovativi e competitivi come altri vicini di casa?
Credo che gli italiani siano un popolo molto creativo. Il problema qui è legato al sistema industriale cinematografico. Il Cinema è un settore carissimo e realizzare un lungometraggio costa davvero tanto. In Italia il sistema produttivo è decisamente viziato e legato in maniera smisurata a una televisione che non vuole film moralmente inaccettabili. In altri paesi c’è maggiore libertà di espressione. Non perché in Italia ci sia la censura, ma qui si manifesta un fenomeno molto peggiore, che è l’autocensura produttiva ed economica. E’ questo il vero problema.

Thursday, April 1, 2010

Per favore non chiamatela Arancia Meccanica!!!


Immagine pubblicata su Repubblica - Palermo

Autore satirico e illustratore, pittore e cittadino palermitano, Gianni Allegra è uno dei più illuminati artisti siciliani. Ha collaborato con l Siciliani, L’ora, Avvenimenti, Linus, L’unità, Tango, Cuore, Comix e dal 1999, con le sue irriverenti vignette sulle pagine di Repubblica, ci ha raccontato una società che sembra aver perso, ormai definitivamente, ogni briciola di originalità. Nella sua brillante carriera ha colorato più di 5.000 facce della Mafia e della criminalità siciliana; oggi, in un clima sociale che sembra voler ricordare, minuto dopo minuto, che la violenza esiste e persiste nelle case e nelle piazze, sui marciapiedi e nelle sacrestie, nelle migliori famiglie e negli autobus, in TV e nelle istituzioni, chiediamo a lui il perché di tanta violenza, e se esiste una ricetta che possa annientarla.

L’attentato di Fragalà, la testa di capretto a Campagna, le minacce agli assessori regionali, l’assalto ai controllori sul bus, stupri, atti di criminalità, cos’è tutta questa violenza?
Stiamo attraversando sicuramente un periodo di grande difficoltà sociale, ma si tratta di barbarie diffuse su tutto lo stivale. Palermo è certamente una cassa di risonanza perché qui è più semplice l’associazione ad atri fenomeni di criminalità, ma credo che se parliamo di violenza oggi, Palermo sia semplicemente una città globale, culla di una violenza cinematografica, come ogni altro angolo del mondo occidentale. Ma per favore non chiamatela Arancia Meccanica.

In che senso?
Mi capita spesso di leggere, su riviste e quotidiani, la parola violenza associata al più bel film della storia del Cinema. In Arancia Meccanica di Kubrick, il mio film preferito, la violenza c’è, ma è solo uno strumento per parlare del libero arbitrio, che è il vero tema del film. Una cosa ben diversa. Così si crea solo confusione.

Torniamo alla violenza in Sicilia. Nessuno stupore dunque?
No, oggi non potrei immaginare la Sicilia in maniera differente. Ma ammetto che è molto difficile identificare limiti e confini. Ogni cosa è tutto e il suo contrario. La stessa Mafia ha abbandonato i suoi antichi strumenti, si è spogliata delle coppole storte e dei kalashnikov e ha indossato colletti bianchi e abiti borghesi; è diventata educata, nonviolenta e diplomatica, ma quando non trova soddisfazione nei nuovi strumenti, torna a messaggi antichi, ai vecchi stereotipi.

Si riferisce alle minacce e alle teste di capretto?
Si, ma mi sembra veramente anacronistico parlare di cose simili nel 2010. Sembra di evocare atmosfere di 50 anni fa. E dire che negli anni Orlandiani si respirava un certo benessere intellettuale. Allora per lo meno “chi mangiava poteva far molliche”, oggi non c’è nessuna pietanza. C’è solo pietà. E la violenza è inversamente proporzionale alla cultura. Ma oggi in Sicilia non c’è spazio per la vera cultura, per la letteratura, per l’arte, per il cinema… Ci omologhiamo alla violenza televisiva. Che altro possiamo aspettarci da una simile condizione sociale? Lo stesso avviene nel linguaggio. Fino a 40 anni fa la trasgressione era l’utilizzo indiscriminato del turpiloquio. Oggi anticonformista è chi utilizza un linguaggio pulito e accurato.

Che soluzione intravede all’orizzonte?
Possiamo affidarci solo alle nuove generazioni, ma anche lì dobbiamo impegnarci. Siamo noi i modelli per i nostri figli. L’educazione, la cultura, l’arte, la musica sono le nostre ancore di salvezza. E un esempio come Barack Obama ci insegna che il nostro destino dipende dalle nostre scelte. Il cambiamento è difficile in certi contesti, ma è sempre possibile. Santo libero arbitrio…

Lei che è un artista, solito a rappresentare la società attraverso vignette e disegni, se dovesse rappresentare la violenza di questi giorni, cosa disegnerebbe?
Ultimamente ho pubblicato su Repubblica una vignetta sulla violenza. Era una citazione del film Ombre Rosse diretto da John Ford. Una squadra di indiani che assaliva un autobus. Ho abbandonato i soliti topi mafiosi.

Friday, February 5, 2010

Chiacchierando con Luigi Lo Cascio


Luglio 2009. Palermo. Appuntamento al bar del Giardino Inglese, alle 17:00.
Mancano ancora 15 minuti all’incontro con Luigi Lo Cascio e lui, puntualissimo, passeggia già per i viali alberati del giardino. Elegante, schivo, nerissimo. Mi avvicino al bar delle granite, e un gruppetto di bambini sedotti dallo zucchero filato mi distrae nell’attesa. Il grande orologio del bar, il mio e quello di Luigi Lo Cascio segnano ora le 17:00. Eccolo lì, educato e sorridente, sebbene poco incline ai convenevoli. Cerchiamo una panchina silenziosa. Accendo il mio registratore.
Ti conosciamo attraverso le parole di giornalisti, le voci di fans, i personaggi interpretati, ma chi è veramente Luigi Lo Cascio?
In realtà credo che la cosa più bella per me sia proprio fare un mestiere nel quale la mia stessa persona sia totalmente fuori gioco. Un attore dovrebbe comparire sulla scena come personaggio e poi scomparire subito dopo. La conoscenza della sua personalità può solo creare intralcio all’interpretazione professionale, portando lo spettatore a un inevitabile e continuo confronto tra la persona-attore e il personaggio interpretato.
Credo che il mito e il fascino degli attori del passato fosse proprio la scarsa conoscenza delle loro vite private, delle loro persone, quell’incognita sulla loro vita. Fosse per me mi piacerebbe lasciare una sorta di pudore nella mia vita, e non perchè la mia persona sia preziosa, ma perché anzi minuscola rispetto a quei personaggi che possono interessare altri. Non ho una vita così avventurosa, interessante da essere conosciuta da altri, altrimenti si farebbe un film su di me.
E se dovessi definirti in tre parole?
Non credo ci sia frase o espressione che possa veramente definirci ed esaurirci. Siamo tutti qualcosa ma anche l’esatto contrario. Al limite potrebbe esserci una interpretazione soggettiva, ma nulla di così nitido da poter essere detto. Se mi definissi in un modo, dovrei mettere più e meno davanti, con infinite sfumature e variabili.

Parlando di ricerca artistica, tu hai cominciato con lo studio in medicina, poi la scoperta del teatro e infine il cinema. Cosa sognavi da bambino? Avresti mai pensato di vivere tutto questo?
Da bambino non ho mai pensato a me da grande. Pensavo a che gioco avrei fatto dopo cinque minuti. In realtà, anche in età più matura non pensavo al mio futuro e, nonostante fossi bravo a scuola, per me era un continuo giocare; appartenevo a un gruppo molto goliardico. Poi alla vigilia della maturità ho pensato che avrei potuto diventare psichiatra; la carriera del medico mi attraeva molto e poi venendo da una famiglia di medici, mi iscrissi in medicina. Ma nel tempo libero, insieme a un gruppo di amici, inscenavamo un jukebox ambulante per le strade di Palermo. Era una sorta di teatro di strada, ci divertivamo moltissimo. Chiedere i soldi ai semafori era poi una vera trasgressione, vivevamo con il timore di incontrare uno zio (Luigi Lo Cascio è nipote dell’attore Luigi Maria Burruano), un familiare, un professore. Sarebbe stato un vero scandalo in famiglia. Dai semafori siamo poi passati alle piazze. La gente si divertiva e così abbiamo cominciato a fare spettacolini in alcuni locali di cabaret come il Convento e il Bradamante, in piccoli teatri a Palermo e poi al San Carluccio di Napoli. E in uno di questi spettacoli mi vide il regista palermitano Umberto Cantone e mi disse che secondo lui io avrei potuto fare anche prosa, perché il timbro e il tono della mia voce si prestavano anche al ruolo di attore, non solo di cabarettista, di teatrante di strada.
Così ho fatto un provino con Federico Tiezzi che stava dirigendo a Palermo lo spettacolo Aspettando Godot. Mi prese. Mi destinarono una parte piccolissima nello spettacolo in tournee per l’Italia. Ho conosciuto teatri bellissimi come il Quirino di Roma, il Carignano di Torino, lo Stabile di Brescia. Fu lì che mi innamorai di quel mestiere.
Cosa ti colpì del mestiere di attore?
La sua realtà più concreta. Quel lavoro di costruzione del personaggio, quello stare a tavolino, seduti, attori e regista, come fossero carbonai. Si può stare settimane pensando a come dire una battuta. Nella vita siamo abituati ad esprimerci, senza pensare. Nel teatro invece c’è tutto un lavoro artigianale, nel quale la battuta viene trattata con la sua intonazione, come fosse una frase musicale, come se fosse messa su un pentagramma. E poi mi affascinava tutta la preparazione prima di entrare in scena: quell’andare in teatro mezz’ora prima dello spettacolo; i camerini, quei piccoli appartamenti spartani che ricordano le celle dei monaci; il silenzio; quel ripetere la parte come fosse un mantra. Ci si veste e si guarda il palcoscenico, il legno, le quinte, la graticcia e poi anche l’emozione dell’andare in scena.
Quando capii che mi piaceva questo mestiere, avevo ormai 22 anni, ero al secondo anno di medicina. Così ho pensato che, se mi avessero preso in Accademia a Roma, avrei lasciato l’università, altrimenti avrei continuato a studiare medicina, inscenando spettacolini nel tempo libero.

Un po’ fatalista…
Più che altro, capii che non avrei potuto far l’attore senza una vera scuola. Era un momento cruciale. Se non fossi stato preso in Accademia avrei dovuto aspettare un anno, sarei diventato più grande. Il limite di età era 23 anni.
Insomma attori non si nasce…
Il mestiere dell’attore è il risultato di un apprendistato molto faticoso, molto complesso.
Spesso quando si comincia si ha la sensazione che basti avere un sentimento e metterlo in scena per garantire che quella cosa sia da guardare. In verità quella del personaggio in scena è una forma da plasmare, con uno scalpello, qualcosa da costruire, con un duro lavoro artigianale. E poi fare film non esaurisce il mestiere del recitare. Si può fare teatro, la radio, il doppiaggio, i laboratori nelle scuole, o può continuare a studiare, a sperimentare. E’ un mestiere molto articolato, complesso.
Ti emoziona più il cinema o il teatro?
Sono due tecniche molto diverse; non si possono paragonare. Sono come due sport così differenti da poter essere entrambi passioni.
Il teatro per me è come fare una maratona. Soprattutto quando faccio i monologhi, è un vero sfinimento fisico. Entrare in scena e stare sul palcoscenico per un’ora e mezza, da solo, richiede un’altissima concentrazione.
Il cinema, invece, è un po’ come la gara di velocità del centometrista. Prima c’è tutta la lunga preparazione: stai tutta la giornata ad aspettare, le luci, i fuochi, il trucco e poi devi fare la scena in 18/30 secondi. Tu che ti volti e piangi. Stop. Una roba da funamboli, un’acrobazia.
In questo momento probabilmente per me il teatro rappresenta un’esperienza più complessa del cinema, molteplice, perché ho da qualche tempo ho cominciato a scrivere e dirigere pezzi miei. Non è più soltanto una prestazione da attore.

Hai mai pensato di lavorare all’estero?
Non so parlare nessuna lingua. Credo che per me il ruolo dell’attore sia molto legato al linguaggio; poi certo c’è anche la figura, il fisico, lo sguardo. Ma per me vale soprattutto la lingua, la parola. Quindi dovrei non soltanto imparare la lingua, ma conoscerla talmente bene da poter fare lo stesso che faccio con l’italiano. Certo, se dovessi fare dei lavori occasionali, andrei con piacere, ma sempre recitando in italiano.
Raccontami qualcosa sul film che stai girando attualmente.
Si chiama Noi credevamo con la regia di Mario Martone. E’ tratto da un romanzo di Anna Banti ma, nonostante ci sia una forte componente romanzesca, si raccontano fatti reali, cronache storiche. Anna Banti, in particolare, si riferisce a suo nonno, Domenico, che è poi il mio personaggio.
Domenico è un cospiratore del Cilento, una regione bellissima dell’Italia nel sud. Lì sono ambientate la parte iniziale e quella finale del film.
Il film racconta le avventure di tre amici (Domenico…,…) che sognano la Giovane Italia e che hanno a cuore l’Unità d’Italia. Si vedono anche personaggi storici importanti come Giuseppe Mazzini e Francesco Crispi, che però non sono i protagonisti. Protagonista è invece tutta quella gente comune a cui si devono le sorti dell’Italia, tutte quelle persone che hanno agito contro i propri interessi; quei benestanti che, pur di accarezzare l’idea dell’Italia unita, andavano contro il potere, che era invece dalla loro parte ed erano poi costretti a lasciare tutto e magari a vivere in una situazione di esilio.
Noi credevamo è un film relativamente lungo, racconta una storia che va dai primi dell’800 fino a oltre il 1860, vediamo come incide sui singoli personaggi il passare del tempo, li vediamo invecchiare. Credo sia un film molto interessante. Stiamo finendo di girarlo, uscirà al cinema nel 2010.
Non avevi mai lavorato con Mario Martone?
No, ci eravamo già incontrati in occasione di alcuni miei spettacoli teatrali ma questa è la nostra prima collaborazione. Lui è direttore dello stabile di Torino e nasce come regista di teatro a Napoli con Morte di un matematico napoletano. Da allora ha alternato teatro e cinema, cosa eccezionale per un regista. Per un attore è più semplice passare dal cinema al teatro, basta adattarsi a tecniche differenti. Per il regista è molto più difficoltoso, credo sia anche per una questione di tempi. Per un film devi avere l’idea, cominciare a scrivere la sceneggiatura, le varie stesure, poi devi trovare i finanziamenti, il luogo in cui girarlo, devi fare i casting, le riprese, il montaggio, la colonna sonora, poi devi andare in giro a presentarlo, i festival; ci vogliono almeno un paio d’anni.
Uno spettacolo teatrale invece ti prende circa un mese di tempo.
Parlando di film storici, se potessi rinascere in un periodo del passato, dove ti troveresti?
Mi piacerebbe risvegliarmi una mattina ad Atene, qualche secolo prima della nascita di Cristo. Sapere che da lì a poco andrò a vedere l’Edipo Re di Sofocle, che nessuno ha mai visto prima. Se ne parla perchè magari qualcuno ha sbirciato un po’ le prove, ma chissà come sarà affrontato il mito. Sarebbe un’esperienza unica. Potrei tornare da questo viaggio e raccontare in che cosa consistesse esattamente la tragedia. Della tragedia noi conosciamo soltanto quello che ci è arrivato tramite i testi, anche se delle centinaia o migliaia di tragedie scritte, ce ne sono arrivate pochissime. Ma non sappiamo come fosse la musica, come danzavano.
Riprendendo Nitche “Il nostro melodramma nasce come tentativo di risposta a come poteva essere la tragedia, dove il rapporto tra musica e la parola era fortissimo!” Scoprirei l’importanza del coro e della danza, questi giganti mascherati che entravano in scena. E poi potrei vedere come era Atene, com’era il pubblico, la loro capacità di concentrazione. Noi oggi siamo abituati a un tipo di spettacolo dove è molto importante il silenzio, il buio. Ad Atene, invece, si assisteva agli spettacoli alla luce del sole, magari bevendo. E si assisteva a ben quattro spettacoli di seguito: tre tragedie e un dramma satiresco. Oggi non siamo più capaci di concentrarci così a lungo.
Andresti come spettatore quindi, non come attore?
No, no, per carità. Assolutamente in veste di spettatore. Altrimenti si realizzerebbe quello che mi capita spesso di sognare: trovarmi in scena e non ricordare la parte a memoria. E per di più trovarmi in Grecia, in mezzo ai greci e dover recitare in greco. Che incubo!