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Monday, May 14, 2012

Roméo et Juliette. Alla Sasha Waltz

A grandi lettere si legge Sasha Waltz sulla facciata dell’Opéra Bastille di Parigi. Appena una riga sopra: Romeo et Juliette. Fino al 20 Maggio 2012.



Occasione d’oro per conoscere una delle figure più interessanti della danza contemporanea; cento minuti di delizia visiva per chi invece ha già avuto questo piacere, e apprezzato il lavoro.
La personalità della coreografa tedesca trasuda in ogni momento di questa moderna interpretazione del dramma Shakespeariano, concepita e messa in scena per la prima volta nel 2007 per il Corpo di Ballo dell’Opéra di Parigi e ripresentata oggi al pubblico di Bastille.


Improvvisazione, sperimentazione, mescolanza, contrasto, minimalismo architettonico, ironia, sono alcune lettere dell’alfabeto Waltz, egregiamente riproposte in questo spettacolo, modellato sulle musiche di Hector Berlioz e interpretato dal corpo di ballo, dal coro e dall’orchestra dell’Opéra di Parigi.
Il risultato è un’opera d’arte a tutto tondo nella quale la delicatezza del balletto classico incontra la fluidità della danza contemporanea, dove il barocco dell’opera si fonde con la linea dei costumi e la semplicità della scena esalta l’intensità della progettazione. In un crescendo di emozione.



Dopo i primi minuti d’incertezza, nei quali sembra piuttosto di assistere a un balletto disordinato, già il ballo in maschera con l’ironia della coreografia e dei costumi, ma soprattutto l’intensità del primo passo a due con Giulietta Aurélie Dupont et Romeo Hervé Moreau, lascia presto intendere la felice evoluzione del tutto. Momento di grandissimo interesse è senza dubbio l’assolo di Romeo, epurato da ogni artifizio e accompagnamento musicale. Sulla scena, nient’altro che l’energia della danza, il ritmo dei passi e il forte respiro di Hervé.


Brillante poi la scelta del ponte levatoio. Tanto minimalista nelle forme, quanto sorprendente nelle metamorfosi, questa pedana metallica inserita sulla scena, rappresenta i momenti di maggior climax dello spettacolo. Ora balcone o tetto, ora parete e infine pavimento, il ponte s’inserisce nello spazio e nel tempo, interagendo con i ballerini ed evocando ogni volta la grande intellettualità della creazione artistica.


Infine, i costumi di Bernd Skodzig e le luci di David Finn, nelle tonalità miele, cipria, cenere, e la raffinatezza del loro design, s’integrano perfettamente l’uno sull’altro, evocando le tracce di un candido sogno, svegliato soltanto dal sonno eterno. Per amore.

Thursday, March 3, 2011

Une Passante, note pop-folk baudelairiane

Il progetto musicale della palermitana Giulia Sarno



PALERMO - A tredici anni rimane sedotta dall’opera di Charles Baudelaire, dieci anni più tardi, compone il suo primo brano musicale, traducendo in inglese la poesia del maestro A Une Passante. Si chiama Giulia Sarno, è nata a Palermo ventisette anni fa, ed è una delle giovani cantautrici italiane – alt folk, art rock, pop – più promettenti del momento. Voce calda, intensa, cresciuta con i Radiohead e Bjork, sguardo di ambra incorniciato dal segno deciso delle sopracciglia.

TRA POP E FOLK - Una figura minuta, quasi adolescenziale, che si fonde con la sensualità della voce. Sebbene faccia base a Firenze, la sua vita è in perpetuo movimento: gira in tournee con unePassante, la band che ha formato nel 2008, e tra un concerto e l’altro compone brani inediti, sempre più spesso trasmessi dalle stazioni radio nazionali. Tra pop e folk in lingua inglese, con una «dedizione per la scrittura che forza i limiti angusti di un genere traghettandolo fuori dai confini dello standard», scrive la rivista specializzata Rockerilla. Ma la musica di unePassante è ben recensita su molti magazine e webzine che si occupano di produzioni indipendenti: è con l'etichetta indie fiorentina Anna The Granny Records, infatti, che la band ha pubblicato quest'anno il suo primo album, «More than one in number», nel quale c'è anche il singolo Bats Rats And Cats.

LA POESIA - Eppure, se tornassimo appena indietro di qualche anno, troveremmo Giulia Sarno, la Passante, impegnata nella stesura di una tesi sulle epifanie nella letteratura contemporanea, decisa a far parte del prestigioso programma internazionale della Ècole Normale di Parigi, proiettata in una brillante carriera universitaria di critica letteraria. Poi, nel 2007, la rottura: «A Parigi, ho avuto una visione del futuro che mi ha messo paura. Mi sono vista seduta dietro una scrivania, ho sentito un senso di claustrofobia fortissimo e ho capito che avrei voluto vivere in prima persona la mia epifania, sulla strada», racconta Giulia, «Da lì è cambiato tutto: le prime composizioni, poi l’incontro con Gianmaria Ciabattari, che sarebbe diventato il produttore di unePassante». Ma la letteratura, la poesia, lo studio, non hanno mai smesso di influenzare la sua produzione: «Sono molto legata a Proust, Sartre, Camus, Tolstoj, Dostoevskij. E poi Baudelaire ovviamente. La sua poesia, A Une Passante, riassume in poche righe tutta l’etica della nostra società: rappresenta quel modo disperso, non narrativo, ma puntuale e scioccante, di fare esperienza del mondo, proprio dell’uomo contemporaneo: è un testo che ha interessato per molto tempo la mia riflessione sulla letteratura e sulla vita in generale, per questo ho voluto rendergli omaggio».

IL TOUR SICILIANO- E anche se Giulia parla di poesia e letteratura con una naturalezza quasi imbarazzante, per esprimersi in musica ha scelto un genere che parla a tutti, popolare per definizione. «Credo che la musica popolare oggi abbia un potere che nessun’altra forma di arte contemporanea possiede: è la sola in grado di veicolare riflessioni importanti, rimanendo comunicativa a livello di massa; la sola capace di farsi ascoltare da tutti». E per farsi ascoltare gli unePassante saranno in Sicilia dal 4 al 9 gennaio per cinque date del Rocketta light tour, la rassegna itinerante di musica dal vivo nata a Siracusa: si parte da Palermo e si chiude il 9 a Catania.

Pubblicato su corriere.it

Il ritorno dei «balcanici» Matrimia!

con l'orecchio a est e il cuore a Sud



PALERMO - Prendete suoni e alcune immagini di capolavori come il Tempo dei Gitani, Gatto Nero Gatto Bianco e Underground del regista bosniaco Emir Kusturica, aggiungete un cucchiaio colmo di musica Klezmer, una manciata di musica popolare greca, turca, araba, un bicchiere di chanson francese, alcune gocce di flamenco, qualche pizzico di rock, dub, reggae e una spolverata jazz all’Archie Sheep, ed ecco che, almeno in parte, avrete colto l’essenza del secondo disco dei «Matrimia!», “Zivili”, parola che in slavo significa propriamente «alla Salute!».

ORECCHIO A EST - Il lavoro, promosso sul web con un video realizzato da national Geographic al mercato di Ballarò, sarà presentato il 16 dicembre prossimo a «I Candelai» di Palermo. E sì, perché sebbene Daniele Tesauro, Dario Compagna, Gero Pitanza, Davy Deglave, Roberto Ferreri e Giacomo di Domenico, in arte i Matrimia!, siano formalmente un gruppo “siciliano” (tutti meno il cantante francese Davy Deglave), nato sei anni fa a Palermo, la formazione musicale e il gusto estetico di ognuno di loro ha invece trovato massima espressione in quella che è la musica popolare dell’Europa orientale e del Mediterraneo in generale. «Sin dall’inizio, è stata una scelta puramente estetica a spingerci verso simili tradizioni musicali», confida Tesauro, uno dei fondatori del gruppo, «in un certo senso si tratta di affinità elettive alle quali non puoi opporti. Senti che quel ritmo ti risuona dentro, ma non sai perché. Così cominci ad approfondire un genere musicale piuttosto che un altro, finché non diventa parte di te».

LA NEW ENTRY - Eppure, non c’è da stupirsi se il nome di un gruppo così vario e apparentemente lontano dalla musica popolare siciliana, sia invece un’espressione tipicamente nostrana come «Matrimia!» (mamma mia!). Se la loro musica, infatti, non è esplicitamente siciliana, le innumerevoli tracce di cultura magrebina, turca, ebrea, francese, greca, spagnola, latina che segnano la pelle della nostra gente, i gesti, gli sguardi, i colori dei nostri mercati, gli odori, i suoni delle strade, rappresentano però un chiaro collegamento. Ma non solo. Basta che i «Matrimia!» suonino in un concerto dal vivo perché la loro energica sicilianità appaia come per magia: nell’interpretazione dei brani, nelle improvvisazioni, nell’intesa con il pubblico. Ma “Zivili” non è soltanto una nuova raccolta musicale. Questo disco segna un passaggio importante nella storia del gruppo: «Due componenti sono andati via, lasciando un grande vuoto affettivo e strumentale», continua Daniele, «e, nella ricerca di un bassista che sostituisse Marko Bonarius, abbiamo trovato un eccellente sostituto nel basso elettrico del nostro fonico, Roberto Ferreri, al quale abbiamo accompagnato anche una chitarra elettrica». Differente è anche il linguaggio, non più unicamente diretto ai giovani, ma aperto anche a interlocutori più maturi. E poi ci sono racconti di viaggio, festival di musica, collaborazioni artistiche, esperienze personali; storie che ognuno di loro ha composto singolarmente e poi arrangiato insieme, «in grande democrazia».

Pubblicato su corriere.it

Petrella torna con Tubolibre/Slaves

«Brani delle cover blues degli anni '30»



Gianluca Petrella, parliamo anzitutto dell’uscita del suo prossimo disco…
«È un progetto al quale tengo molto, si chiama Tubolibre/Slaves ed è prodotto dalla Spacebone, la casa discografica che ho voluto creare nel 2009; ne prevediamo l’uscita per fine Novembre. Tubolibre, in particolare, è il quartetto che ho formato nel 2008 insieme a tre musicisti straordinari: Gabrio Baldacci alla chitarra elettrica, Cristiano Calcagnile alla batteria e Mauro Ottolini al susafono (variante più leggera e trasportabile del basso tuba, spesso utilizzato per le bande). Io suonerò invece il Fender Rhodes, oltre al trombone ovviamente».
Che genere di musica ascolteremo in Tubolibre/Slaves?
«Cover di Blues degli anni '30, improvvisazioni, e alcuni brani inediti. Nonostante Tubolibre evochi probabilmente allegria e leggerezza, in realtà si tratta di un disco molto profondo e malinconico; una dura riflessione su ciò che di assurdo sta succedendo nella nostra società. Il titolo stesso, Slaves (schiavi), vuole raccontare tutti i tipi di schiavismo che attanagliano la nostra quotidianità: la schiavitù tecnologica, la schiavitù del denaro, quella del potere».
Un nuovo Petrella.
«Più che nuovo, direi che mi sentirete in una nuova veste. Non incido tantissimi dischi, ne faccio uno per anno e ogni nuovo disco rappresenta in un certo senso una nuova parte di me. Mi piace mettermi in discussione, giocare con sempre nuovi linguaggi. Ogni esperienza, ogni viaggio, ogni incontro, ogni pensiero influenzano ciò che creo, volta dopo volta. Sarebbe impossibile creare sempre la stessa musica».
Sebbene abbia solo 35 anni, suona il trombone da più 25 anni ormai. Più che uno strumento ormai una specie di terzo braccio. Come mai proprio il trombone?
«In effetti, non si tratta di semplice casualità. Il trombone me lo sono trovato in casa; mio padre è trombonista anche lui. Sarebbe difficile per un bambino di 10 anni scegliere uno strumento del genere. Io ho cominciato a suonare il trombone nell’85 accompagnando matrimoni e cerimonie funebri con la banda del paese. E di certo il fatto di suonare marce funebri ha influenzato moltissimo la mia formazione musicale. Poi mi sono lasciato travolgere invece dall’Happy jazz, suonando in piccole orchestre da ballo. A 20 anni, poi, ho lasciato Bari per Francoforte sul Meno e a 21 sono tornato in Italia dove ho cominciato a collaborare con Enrico Rava».
Basta guardarvi insieme in un concerto per poter cogliere il vostro grande affiatamento
«Suoniamo insieme da 15 anni, ormai ci conosciamo davvero benissimo. Tromba e trombone diventano uno strumento solo quando suoniamo insieme. Lui è stato un grandissimo maestro per me. Mi ha aperto molte porte, sia da un punto di vista culturale, che professionale. Sono cresciuto con lui, mi ha portato in tournee in giro per il mondo. Devo tantissimo a Enrico Rava; è un onore per me continuare a lavorare insieme».
Nei primi anni della sua formazione, invece, chi è stato il suo più grande riferimento musicale?
«Quando ho cominciato a suonare, studiando in conservatorio, i miei miti erano un po’ i miti di tutti. Posso dire di essere cresciuto a pane e J. J. Johnson, grandissimo trombonista. E poi ovviamente Ornett Coleman, Archie Shepp, Heret Dolphin. Negli ultimi 5/10 anni invece ho cominciato a trovare ispirazione in qualsiasi genere musicale, dal grande Giacinto Scelsi al rapper Snoop Dogg, e poi nella musica elettronica, nell’heavy metal. Direi in tutti i suoni in generale. Ma non parlatemi del Pop italiano. Quello no. Non sopporto quei personaggi che magari non capiscono un granché di musica e si divertono a gonfiare alcuni nomi, spacciandoli per i geni del terzo millennio».
Una polpetta difficile da digerire per uno come lei che ha studiato profondamente la musica
«Non ne faccio una questione di studio o di conoscenze; non è un problema di competenze musicali. Per me tutto è musica. Dalla musica d’orchestra a quella suonata dentro un garage. La musica è un bene comune. Quello che non sopporto è la presunzione di chi finge di capirne, speculando poi su alcuni artistelli. Non faccio nomi».
E la Computer Music invece?
«Una rovina. Sebbene io lavori spessissimo con il computer e mi piaccia molto l’elettronica, non riesco a considerare musica l’atto di comprare un computer, montarlo in cucina tra frigorifero e lavastoviglie, scaricare dei pezzi sonori e montarli insieme».
Su Youtube c’è un video in cui suona sommerso dall’acqua di una piscina. Le piacciono questo tipo di sperimentazioni?
«Ti riferisci al Festival Time In Jazz 2009. Quell’anno il tema del Festival era proprio l’acqua. E così, con Paolo Fresu, abbiamo pensato di giocare con l’acqua in maniera più fisica che teorica. E mi sono immerso in piscina; è stato divertente. Altre sperimentazioni… ho suonato a 2400 metri di altitudine, in montagna. E poi al buio, sotto la pioggia, per strada… Ogni volta è una nuova sensazione».
Guardandola suonare, sembra vada quasi in un’altra dimensione. Cosa c’è dentro la sua testa in quei momenti?
«In realtà quelli sono momenti di altissima concentrazione. Pensi alla musica, pensi ai suoni, pensi alle note che stai per comporre. Se vuoi creare ogni volta qualcosa di nuovo, qualcosa di inedito, come pretendo di fare io, devi liberare la mente da tutto il resto».

Pubblicato sul corriere.it

Tuesday, October 19, 2010

Autumn Leaves Jazz Festival


Luxembourg - Se il cadere delle foglie d’autunno e l’orgiastica energia della musica jazz si intrecciano in un romantico bacio alla francese nelle note di Autumn Leaves di J. Kosma, ben più elettrico è il sapore lasciato dal quarto appuntamento lussemburghese con l’Autumn Leaves Jazz Festival: 10 concerti (34 artisti) per 3 giorni (15/17.10.2010) di godimento sonoro e visivo nelle sale del Centro Culturale dell’Abbazia di Neumünster (ccrn.lu). Filo conduttore dell’evento, oltre alla promozione della musica jazz emergente (jail.lu), l’eterogenia di stili, la forte presenza scenica degli artisti e, nonostante chiare tracce di sperimentazione, l’assenza di vero e proprio free jazz. Tra gli ospiti italiani, eccezionale l’esibizione di Enrico Rava che, dando prova di grande generosità, ha saputo mettere in luce il virtuosismo artistico di Gianluca Petrella (trombone) e dei giovanissimi Giovanni Guidi (piano) e Pietro Leveratto (contrabbasso). Dal gusto raffinato, poi, lo spettacolo del trio di Oliver Strauch (batteria) con Kenny Werner (piano) che ha regalato una straordinaria interpretazione di Estate di Bruno Martino, e di Autumn Leaves. Rock jazz invece per il Trio di Christof Lauer (sax), con l’esilarante Michel Godard (basso tuba) e le sperimentazioni vocali di Patrice Heral (batteria). E se tra i giovani emergenti, la 25enne francese Anne Paceo ha saputo attirare l’attenzione della critica per la sensualità delle sue percussioni, l’ultima esibizione in programma, quella del trio francese dei Mèlosolex (Vincent Peirani, Denis Charolles e Fred Gastard), ha probabilmente rappresentato il livello più alto in termini di coinvolgimento del pubblico, eterogenia di stili (gipsy, rock, pop, folk) e strumenti utilizzati (fisarmonica, batteria, sax basso, sax tenore, sax soprano, bugle, utensili vari).

Pubblicato in giornaledellamusica.it

Monday, March 15, 2010

La voce di Giorgia Meli protagonista al Mikalsa


Domani sera, martedì 16 marzo, alle 22,00, la voce di Giorgia Meli, arricchita di nuove e intime creazioni musicali, tornerà a sedurre il pubblico del Mikalsa per la rassegna Singers. Passando dal jazz al pop, dalla ballata a ritmi serrati, Giorgia ricerca suoni che non siano estranei alle parole, come se gli strumenti musicali fossero una voce in più per raccontare piccole storie. Grazie al successo degli ultimi anni, insieme a numerose premiazioni (“Premio Massimo Urbani” nel 2000, Primo Premio al “My Way Festival” e al “Moncalieri Jazz Festival” insieme al gruppo vocale “Naima” nel 2009) e importanti collaborazioni (tournée al fianco di Mario Venuti nel 2008), la cantante palermitana ha finalmente liberato il desiderio di esprimere se stessa attraverso l’uso sempre più sperimentale delle sue doti vocali, accompagnata dalle dolci note del suo ormai inseparabile pianoforte.
Con lei, sul palco, il chitarrista Lino Costa, arrangiatore e produttore artistico del progetto, il contrabbassista Gabrio Bevilacqua e il batterista Fabrizio Francoforte.

Ingresso 2 euro
Mikalsa su Myspace
Giorgia Meli su Myspace

Friday, February 5, 2010

MARIA LAURA BACCARINI allo Spasimo


Il jazz è sempre stato simile al tipo d'uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia
Duke Ellington

Provocante, seducente, intrigante, e mai uguale a se stessa come la musica jazz, la splendida voce di Maria Laura Baccarini sarà protagonista questa sera e domani, alle 21.30, della rassegna “Musiche del Nostro Tempo”, organizzata dalla Fondazione Brass Group, al Piccolo dello Spasimo di Palermo.
La Baccarini, cantante, attrice di teatro e ballerina, trapiantata a Parigi da 5 anni, interpreterà le melodie dei più grandi autori di musica jazz di tutti i tempi: da Cole Porter a George Gershwin, da Joni Mitchell a Burt Bacharach, da Kander and Ebb a Stephen Sondheim, accompagata dai giovanissimi Roberto Brusca al piano, Diego Tarantino al contrabbasso e Gaspare Costa alla batteria.
Curiosando dietro le quinte e sbirciando alle prove abbiamo avuto modo di apprezzare la donna oltre che l’artista, e il suo incredibile appeal verso i musicisti appena conosciuti, così come nei confronti di un pubblico improvvisato e incantato dalla sua voce. Ironica, irresistibilmente dolce e piena di grinta, la Baccarini emana un’aurea di luce quando parla come quando canta, e si diverte, ride e il buon umore non la lascia mai un attimo. “I get no kick from champagne… Mere alcohol doesn't thrill me at all… So tell me why should it be true… That I get a kick out of you?” canta il suo adorato Cole Porter in un inglese perfetto, segno di molti anni di lavoro negli Stati Uniti e, tra una strofa e l’altra, traduce in italiano ai musicisti, perché “è necessario che la musica evochi lo stato d’animo delle parole. E se i musicisti interpretano un pezzo partendo dal suo significato, magicamente anche il pubblico ne capirà il messaggio”. Maria Laura ci racconta che da piccola era incredibilmente affascinata da Ella Fitzgerald e Billie Holiday, poi con gli anni si è distaccata da questi riferimenti, trovando una propria forma di espressione, ma quelle voci sono rimaste parte di se. E si vede. “La musica è per me come un paesaggio o un’atmosfera che ho visto, che mi ha colpita, e che mi rimane dentro come riferimento per tutto quello che vedrò in seguito – racconta la Baccarini - E’ come il colore del mare di Favignana, al quale non posso far altro che paragonare tutti gli altri mari del mondo”.

Venerdì 4 e sabato 5 dicembre - alle 21.30 - al ridotto dello Spasimo - €6



Maria Laura baccarini è una Performer completa.
 Attrice, ballerina, cantante e showgirl. La sua carriera nel musical inizia con "A Chorus line", nel ruolo della protagonista Cassie; sarà in seguito protagonista de "Il giorno della tartaruga", "Cabaret" e "Gigi" e nel ruolo di Anita in "West Side Story”. Nel '97 è protagonista di "Stanno suonando la nostra canzone" per la regia di Gigi Proietti, "Taxi a due piazze" (ancora regia di Proietti), "Promesse Promesse" per la regia di Johnny Dorelli e della versione italiana di "Chicago" (Roxie Hart). 
Da 4 anni Maria Laura è impegnata in Francia in vari concerti, uno dei quali "Nuit Américaine" insieme alla star francese Lambert Wilson e alcuni dei più importanti musicisti del panorama jazz contemporaneo francese.
 Nel 2009 è protagonista insieme a Maurizio Micheli della farsa “Il Letto Ovale”. 
Attualmente è in scena in Francia insieme a Régis Huby e il suo Quintet (violino, contrabbasso, chitarra elettrica, clarinetto e batteria) con il concerto “FURROW – A Cole Porter Tribute”, un repertorio Cole Porter con gli arrangiamenti e la direzione musicale di Régis Huby, presentato in prima assoluta lo scorso anno al Roccella Jazz Festival e al festival Voci dal Ghetto di Trieste. 


Sgarbi, l’altro


Solo, davanti a un pubblico quieto e interessato, curioso di vedere l’insolito Sgarbi nei panni del solito, o il medesimo Sgarbi nelle vesti dell’altro, insomma “Sgarbi, l’altro” in scena fino a questa sera (fino al 15 novembre) al Teatro Ciak di Milano.
Il sindaco di Salemi, Vittorio Sgarbi, lo studioso Vittorio Sgarbi, il letterato, il critico, il politico, il televisivo, Vittorio Sgarbi l’opinionista, il collezionista, l’oratore, il narciso, l’uomo, si sono fatti, per oltre due ore, uno soltanto. Mancava il polemico, mancava l’iroso, mancava l’urlatore, mancava il seduttore. Meglio così. Ci ha dato modo di apprezzare quella sua voce, così limpida e profonda, come un vero attore di teatro. Lui sulla scena vuota, altro perché privo di quegli altri che lo fanno notoriamente irritare, felice di poter essere se stesso.
Entra sulla scena, in abito clericale, si posiziona davanti a un leggio e interpreta, con voce modulare, ora mite e sommessa, ora aspra e imputante, le parole dell’ebreo Yossl Rakover, nella sua lettera al Dio di Israele, sorde tra gli spari del ghetto di Varsavia, violente e toccanti nel silenzio della sala (Yossl Rakover si rivolge a Dio, di Zvi Kolitz). Legge per oltre 20 minuti, e il pubblico non batte ciglio, ascolta. Sgarbi esce dalla scena. E quando rientra, vestito alla Sgarbi stavolta, lo spettacolo ha inizio. Parla di storia e di attualità, di letteratura e arte, di poesia, di musica. E raccorda, con un’arte che gli è particolarmente congeniale, epoche distanti e argomenti apparentemente differenti per spiegare la realtà in cui viviamo. Dal crollo delle torri gemelle a quello della chiesa di San Francesco ad Assisi, dalle brutali demolizioni di testimoni della storia da parte dell’urbanistica odierna, al potere comunicativo della censura. Il riferimento alla Sicilia, poi, è costante. Dall’orrore delle pale eoliche a quella Unità d’Italia che non è solo politica, geografica o garibaldina, ma che ha origine nella lingua di Ciullo d’Alcamo, nella pittura di Antonello da Messina. E’ la testa dello Sgarbi più affascinante a parlare sul palco. La sua è una riflessione fatta ad alta voce. E per chiarire e fissare il suo pensiero, Vittorio Sgarbi, il maestro, fa continuo riferimento a testi e opere d’arte esemplari, e legge quei testi, proietta quelle immagini, e il suo discorso si distende senza far piega, pulito, lineare. L’altro Sgarbi non ha bisogno di sbraitare per dare ragione alle sue parole, non ha bisogno di fare il seduttore per avere tutti gli occhi puntati su di se. E tralasciando qualche riferimento politico, al quale non ha potuto resistere, l’altro Sgarbi, il vero Sgarbi, è decisamente quello vincente.